2021, l’estate in cui i giornalisti caddero dal pero

Guardatevi intorno: vi accorgerete che siamo circondati da giornalisti, soprattutto di grandi testate, “atterrati” sulla realtà, dopo, come si dice, essere caduti dal pero.

Da anni, da lassù, questi giornalisti non riuscivano a vedere quello che era sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto di chi è alla ricerca di un lavoro.

Ieri La Stampa ha dedicato al fenomeno un’inchiesta di un’intera pagina dal titolo “Proposte indecenti”.

Sono quelle che quotidianamente, ma non da ieri, si sentono rivolgere giovani (e meno giovani) alla ricerca di un lavoro o di una ricollocazione professionale.

2021, l’estate in cui i giornalisti caddero dal pero

Molti giornalisti si accorgono solo adesso che il refrain “non trovo personale per il mio locale” è diventato un mantra diffuso tra ristoratori e titolari di bar. Sì, quegli esercenti che in qualche intervista video, mostrando una faccia che non si capisce quanto differisca dal loro posteriore, si sono lamentati: “La prima cosa che chiedono è quante ore devono lavorare e quanto verranno pagati”. Sarebbe divertente andare a cena in uno di quei locali e chiedere al titolare: “ok, se ceno qui, ti accontenti di dieci euro? Mica vorrai sapere da subito di cosa mi strafogo e a che ora conto di lasciarti libero il tavolo?”.

Ma torniamo ai giornalisti caduti dal pero. Dov’erano questi colleghi in tutti questi anni? Perché non si sono mai preoccupati di dare un’occhiata ai siti di offerte di lavoro? Bastava leggere gli annunci su Indeed e altri aggregatori per sapere da subito di che male soffre l’imprenditoria italiana: quella del braccino corto.

Bastava leggere i siti di annunci di lavoro

Avrebbero visto in quanti propongono scambi a dir poco scandalosi (qualcuno propone come moneta di scambio la visibilità oppure l’esperienza e le competenze che puoi acquisire lavorando gratis, o quasi, per loro), altri specificano subito che non è previsto un compenso.

Ma se a fronte di una prestazione d’opera non c’è compenso, si può ancora definire lavoro? Perché i siti pubblicano allora queste offerte che di lavoro non sono?

Dov’erano questi colleghi indignati quando proprio sotto il loro naso i collaboratori delle loro gloriose testate venivano pagati quattro euro al pezzo?

Quattro euro al pezzo per i giornalisti sotto scorta

E non sto parlando del Papersera. Giovanni Tizian, ex Espresso, oggi al Domani, è finito sotto scorta per le sue inchieste sulla camorra e la ndrangheta in Emilia pubblicate sulla Gazzetta di Modena. Era pagato quattro euro al pezzo. Solo dopo le minacce, la direzione dell’Espresso ha fatto il beau gest di assumerlo regolarmente nel settimanale.

E dov’erano questi stupefatti colleghi quando i sindacati denunciavano lo schiavismo nei call center allestiti alla bell’e meglio negli scantinati?

Bastava poco per accorgersi che qualcosa non quadrava. Bastava guardare, osservare. Gli sarebbe bastato spulciare siti e giornali di annunci e cercare la controprova dell’indecenza delle proposte.

Reddito di cittadinanza e dignità del lavoro

Perché non lo hanno fatto fino a questa estate? Alcuni danno la colpa al reddito di cittadinanza: se lo paghi per stare a casa, perché uno dovrebbe accettare un lavoro pagato la stessa cifra?, si è chiesto Matteo Salvini, un tizio che non ha mai lavorato in vita sua e campa sulle spalle dei contribuenti da sempre.

La constatazione che bisogna fare è: se paghi il giusto, versi i contributi, fai lavorare le ore previste dal contratto collettivo nazionale, non penso che molti (tranne la fisiologica percentuale di allergici alla fatica) preferiranno vivere di sussidio. Si chiama dignità e appartiene a molte più persone di quelle che generalmente si pensa.

Ma gli imprenditori sono stati bravi (i maestri sono proprio in campo editoriale): nel loro “chiagne e fotte” hanno capito che la strategia migliore per tenere alla catena i lavoratori è differenziare le tipologie di contratto.

Il “divide et impera” funziona sempre (per i padroni)

Stesso ruolo, stesse mansioni, stesse ore lavorate: ma uno è assunto, l’altro ha un contratto di collaborazione, l’altro risulta come collaboratore occasionale, un altro ancora è stato costretto ad aprire la partita Iva. La differenziazione nella tipologia del rapporto di lavoro, è normale, favorirà la disomogeneità tra eventuali rivendicazioni.

Perché un assunto regolare dovrebbe mettersi di traverso al padrone e cooperare nella rivendicazione di diritti di cui lui gode già?

Cari colleghi caduti dal pero, benvenuti nel mondo reale. Quello in cui avreste dovuto vivere già da tempo. Ma, coraggio, potete ancora recuperare terreno. Vi aspetto.

Antonio Murzio