Buona sanità: time-laps di una giornata al Pronto soccorso pediatrico

Nel Pronto Soccorso pediatrico di Cosenza si raccoglie tutto il dolore e l’angoscia della provincia. Altrove, i reparti di pediatria o zoppicano o sono del tutto inesistenti. Ansie e paure cercano conforto e cure in un luogo più sicuro e solido. Perché i figli… beh, c’è da precisare? Trascorrere qui 24 ore è un osservatorio sul mondo. Un time-lapse di cambio turni, lacrime e capricci, diagnosi e osservazioni, camici e pazienza. E amore. Lavoro tantissimo e sorrisi pure tra un’orticaria incomprensibile e una polmonite seria.

Buona sanità: time-laps di una giornata al Pronto soccorso pediatrico/Daniele

C’è Daniele (userò ovviamente nomi di fantasia) che ha avuto la sua prima crisi epilettica e ha lasciato i genitori attoniti. Nessuna avvisaglia fino a questi otto anni, dal suo paesino ad 800 m di quota fin quaggiù a chiedersi perché, come mai, perché adesso… una nottata nel punto di osservazione pediatrico (ho scoperto che si chiama Obi e come acronimo un poco mi fa impressione) ad ascoltare le tante risposte e a ricambiarle in paura ed arrivare ad accettare e capire e ad accogliere anche questi tipi di eventi. Sa che ora, per un periodo, dovrà portare i suoi farmaci ovunque. A scuola calcio e alle feste con i compagni. Ma lui è bravo e collaborativo e ha già consapevolizzato che nulla di ciò che gli è capitato può essere prevedibile e che, quindi, bisogna avere per forza un piano di riserva. Lui il suo piano B lo ha adesso.

Buona sanità: time-laps di una giornata al Pronto soccorso pediatrico/Gaia

E c’è Gaia sul lettino accanto che avrà più o meno otto mesi. Viso rubicondo e occhi come due fanali puntati sullo schermo dello smartphone della mamma. Di mangiare non vuole saperne ormai da giorni, è arrivata a rimettere bile ma gioca e tocca tutto con la voracità che sarebbe meglio avesse nel mangiare una pappa. Il papà non le scosta il cucchiaio dalla bocca neanche un attimo, aspetta paziente che lei faccia almeno un boccone. Lui, la sedia e un cucchiaio in mano per ore.

Buona sanità: time-laps di una giornata al Pronto soccorso pediatrico/Giacomo

Nel pomeriggio arriva Giacomo, due anni. Non abita distante, ha avuto delle brutte convulsioni durate sino all’arrivo in ospedale. Una nonna giovane ed energica ci racconta di aver cresciuto i suoi figli così per anni ogni qual volta saliva la febbre. La mamma annuisce: “Qui ormai ci conoscono…”. Ha le guance rosse rosse, il sedativo lo fa dormire per ore, è circondato dalle sue macchinine coloratissime, si urta se cercano di svegliarlo.

Daniele, intanto, raccoglie con i suoi le ultime cose e se ne va col suo piano di riserva in mano. Ci saluta anche Carlo, due anni dal suo paesino ai piedi del Pollino, che procederà con la terapia a casa. I ponfi continuano a presentarsi senza regolarità o apparenti motivi ma inutile rimanere così distanti da casa.

E’ un mondo che funziona con accortezza e gentilezza. Con la stanza studio per chi è costretto a lunghe permanenze, una sala lettura ricca di libri di fresca donazione, giochi e colori e pupazzi, una gara di solidarietà che sembra non appartenere più al mondo.

C’è il collega di scuola in camice che dedica spezzoni di orario alla struttura, c’è il medico amico che viene da tutt’altra parte dell’ospedale a salutare una bambina ferma lì per i postumi di una lunga influenza. C’è l’infermiera burbera che brontola per la confusione e quella di prima nomina che si finge corrucciata perché Gaia non accetta il cucchiaio neppure da lei.

Buona sanità: time-laps di una giornata al Pronto soccorso pediatrico/Emanuele

Nella notte arriva Emanuele. Ha dissenteria da giorni e la casa famiglia dell’hinterland che lo ospita ha preferito fosse controllato a dovere. Sei mesi compiuti subito dopo Natale. Nella struttura tutti si occupano e si preoccupano di lui. Tante braccia avvolgenti ma non quelle della mamma. L’iter burocratico per la sua adozione ancora deve superare gli ostacoli delle valutazioni individuali e collettive, passerà almeno un anno ma c’è una suora dal nome impronunciabile vicino a lui che gli accarezza una massa di capelli neri e pieni di vertigini che gli giocano in testa. E lei, che giovanissima non è ma ha il fare di una ragazza, glieli arriccia con le dita mentre lui cerca di dormire senza smettere di agitare gambe e piedi.

La mattina è il tempo delle dimissioni o dei ricoveri, di consegna di terapie, richieste e raccomandazioni. La mamma di Gaia mette alla rinfusa asciugamani e coperte in una busta, Giacomo era già andato via ieri con le sue macchinine e le guance un po’ meno rosse. Avevo lasciato Emanuele con la suora dal nome impronunciabile sul letto a dormire. Non trovo neanche loro, solo il letto un po’ sciupato e una traversina per il cambio.

Sono le 11 e restiamo soli nell’Obi. In queste 24 ore la folla davanti alla porticina dell’unico ambulatorio concesso per le visite dei bambini ha cambiato più volte forma e consistenza e colore, ingrossata e smaltita senza apparente regolarità tra il turn over di pazienti e personale. Appese a quella porticina, con lo scotch, le raccomandazioni e i consigli dei medici insieme alle paure e alle richieste dei genitori e alle decorazioni natalizie ormai fuori tempo. Ripassiamo da lì per il foglio di via salutando i luoghi in cui tutti lavorano in punta di piedi.

Come se avessero sotto le scarpe quei feltrini che si mettono sotto le sedie per evitare che facciano attrito o rumore contro il pavimento. Nel mondo della salute dei bambini non ci sono impedimenti di sorta ed è forte la consapevolezza che l’affetto, in qualsiasi modo si consegni al mondo, ritorna sempre. Senza disperdersi.

Giuliana Scura