Cannabis terapeutica, la stupefacente negazione del diritto alla cura

Tra limiti e vuoti normativi, che in Italia riguardano diversi aspetti delle prescrizioni, si sono create le condizioni che portano a situazioni paradossali. Walter De Benedetto, paziente affetto da anni da una gravissima forma di artrite reumatoide, lo scorso ottobre si era appellato al Presidente della Repubblica chiedendo al Capo dello Stato il rispetto del diritto alle cure riconosciuto dalla Costituzione. “Walter è ammalato da quando aveva sedici anni” ricorda Marco Perduca, dell’associazione Luca Coscioni. Invalido al 100 per cento, De Benedetto vive a Ripa di Olmo, frazione di Arezzo. La malattia gli provoca dolori insopportabili, alleviati solo dalla marijuana terapeutica, ma a causa del progredire della patologia la dose concessagli è diventata insufficiente. La scelta di sopravvivenza è stata quella di avviare una coltivazione illegale di cannabis, ma mesi fa i carabinieri hanno fatto irruzione, sequestrando le undici piante di cannabis e arrestando un suo amico. La sua storia rappresenta quella di centinaia di pazienti e si aggiunge a una serie di vicende che hanno mantenuto alta l’attenzione sul tema, in uno scontro che ogni giorno si consuma sul piano politico e giuridico. Non è la prima volta che la pianta più controversa della storia suscita polemiche nel nostro paese, divisa tra i suoi sostenitori e coloro che, pur essendo ignoranti in materia, la demonizzano.

Walter De Benedetto con Marco Cappato (da Facebook)

Indagato per coltivazione di sostanza stupefacente in concorso, ora rischia sei anni di reclusione

Una scelta, quella di coltivare la pianta nel giardino di casa, che lo vede imputato in tribunale – dove non potrà essere presente di persona data la seria invalidità che lo colpisce – domani, martedì 23 febbraio, giorno dell’udienza preliminare presso la Procura di Arezzo. «Era stata fatta una legge che garantiva cure per tutti ma questo non sta avvenendo. Perfino io, che dovrei pensare a curarmi e basta, mi ritrovo indagato. La notte ho paura, non è giusto», si sfoga Walter, che rischia una condanna a sei anni di reclusione. Da 10 anni in Italia i medici possono prescrivere preparazioni magistrali contenenti sostanze attive vegetali a base di cannabis per uso medico da prepararsi in strutture preposte. Come già previsto dal Testo Unico sulle droghe 309 del 1990, la sostanza può esser coltivata dietro autorizzazione di un organismo nazionale ad hoc.

Secondo il Decreto Ministeriale del 9 novembre 2015 , la prescrizione di cannabis “a uso medico” in Italia è limitata al suo impegno nel «dolore cronico e quello associato a sclerosi multipla oltre che a lesioni del midollo spinale; alla nausea e vomito causati da chemioterapia, radioterapia, terapie per HIV; come stimolante dell’appetito nella cachessia, anoressia, perdita dell’appetito in pazienti oncologici o affetti da AIDS e nell’anoressia nervosa; l’effetto ipotensivo nel glaucoma; la riduzione dei movimenti involontari del corpo e facciali nella sindrome di Gilles de la Tourette». Non trattandosi di farmaci riconosciuti, le prescrizioni si effettuano quando le terapie convenzionali risultano inefficaci, spesso dopo anni di costose sofferenze.

Può alleviare il dolore e i sintomi associati

Questi preparati, come sottolinea il ministero della Salute, possono essere utilizzati in vari disturbi, anche se non c’è un’indicazione medica specifica, come avviene per tutti i farmaci per una determinata patologia e condizione, per cui ci sono un’indicazione e un dosaggio indicati dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). La cannabis terapeutica – al momento – non è una cura per le patologie per cui si è dimostrata efficace, ma può alleviare il dolore e i sintomi associati. Dal 2007 è possibile importare Bedrocan, Bediol, Bedrobinol, Bedrolite, Bedica e Sativex mentre, in virtù di un accordo firmato tra i Ministeri di Salute e Difesa del settembre 2014, le infiorescenze per le preparazioni galeniche possono essere prodotte anche dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, una cannabis denominata FM2. Prima della cannabis “Made in Italy”, per le preparazioni con prodotti a base di cannabis era possibile importare in Italia solo quelli commercializzati dall’Office of Medicinal cannabis (ufficio per la cannabis medica) del Ministero della Salute dei Paesi Bassi.

Esiste un monopolio di fatto

In realtà sono almeno una decina le varietà di cannabis terapeutica utilizzabili in Italia. La Bedrocan – con un alto contenuto di THC e basso di CBD – è la più richiesta e dunque anche la più utilizzata: viene prodotta dalla omonima azienda olandese la quale rappresenta il principale fornitore per il nostro paese. Bedrocan è l’unico produttore olandese di cannabis medica e vende solo all’ufficio statale OMC che gestisce anche le esportazioni (un monopolio di fatto). Soprattutto in tempo di pandemia, come già in passato, farmacisti e pazienti hanno segnalato i ritardi nelle consegne dei quantitativi olandesi. Da una parte, l’Ufficio olandese per la cannabis medica ha dichiarato lo scorso giugno di essere senza scorte a causa di ulteriori test da svolgere sui lotti delle infiorescenze. Dall’altra, le restrizioni dovute alla pandemia hanno causato problemi alle dogane per i quali l’Ufficio Centrale Stupefacenti italiano ha dovuto emettere un documento per velocizzare le importazioni da parte dei grossisti.

Di ritardi e tremori ne sa qualcosa Andrea

All’esordio della malattia, nel 2006, Andrea Trisciuoglio ha seguito la trafila comune a molti pazienti affetti da patologie neurodegenerative affidandosi ai farmaci tradizionali attualmente in commercio, ma presto ha dovuto fare i conti con disturbi ed effetti collaterali: «300 punture di interferone farebbero soffrire anche il più sano di noi di incontinenza, febbre, nausea, tremori fino alla più banale delle conseguenze, ovvero diventare ago fobici».

Andrea Triscuoglio (foto da Facebook)

Supportato dalla famiglia e dalla sua Anna, Andrea ha guardato oltre. Ha letto e si è documentato sulle cure e i risultati delle ricerche mediche riguardo alla cannabis terapeutica all’estero. In un primo momento si rese conto che si trovava solo al mercato nero la soluzione, ma non era quello che voleva: lui voleva sostenere il suo diritto alla luce del sole senza delinquere. Fortunatamente conobbe alcuni medici che gli spiegarono il percorso legale per ottenere medicinali a base di canapa: doveva “semplicemente” trovare un dottore che gliela prescrivesse, convincere il comitato etico di un intero ospedale, il primario, il direttore sanitario, l’ufficio patrimonio e la farmacia. Un percorso ad ostacoli, che alla fine avrebbe rappresentato un costo di 600 euro al mese per il trattamento. Troppo caro il prezzo da pagare per il suo diritto alle cure. Un’odissea per tanta gente disperata dalla carenza di quello che è a tutti gli effetti un medicinale per la cura di patologie gravissime.

Nel Salento il primo cannabis social club

Poche le alternative per ottenere “il farmaco” per curare la sclerosi multipla: coltivi in proprio le piantine o segui tutto l’allucinante iter istituzionale. Nel primo caso sei illegale, nel secondo ti arrendi per sfinimento. “Io sono disabile e non lavoro, dove li trovo 600 euro per procedere legalmente?”. Andrea Trisciuoglio ha scovato la terza via, quella che comporta il dialogo con le istituzioni. Insieme ad altri pazienti-impazienti ha fondato a Racale, nel Salento, il primo cannabis social club d’Italia dove si organizza la coltivazione collettiva di cannabis prodotta esclusivamente per uso terapeutico. Nato da malati e rivolto ai malati, la missione di “LapianTiamo” è un messaggio d’amore, di rispetto e di condivisione verso i malati e di sostegno al fine di alleviare le sofferenze di coloro che, affetti da malattie fortemente invalidanti, non chiedono altro che una qualità di vita migliore. In ciò la cannabis ha dimostrato ampiamente di poterci riuscire. L’impaziente Andrea, già fortemente provato dalla malattia, ha avuto l’audacia di scavalcare con il dialogo ogni forma di proibizionismo che rappresentasse un ostacolo alla propria libertà di scelta. Una scelta radicale per rivendicare il diritto alla libertà di cura, più che una battaglia “una questione di logica”.

La logica di cui racconta in “Da radical chic a radical choc – cannabis e pregiudizi” scritto a quattro mani dallo stesso Andrea Trisciuoglio e dal giornalista Emilio Grimaldi. La prefazione è di Rita Bernardini, la leader radicale che ha dato anima e corpo alla lotta nonviolenta e alla disobbedienza civile: si è più volte autodenunciata chiedendo di essere arrestata in quanto da anni coltiva sul balcone di casa piantine di marijuana che poi puntualmente cede gratuitamente alle persone malate. Si è autodenunciato per la stessa ragione anche Matteo Mainardi che con l’associazione Luca Coscioni si occupa di fine vita e legalizzazione della cannabis e cura la postfazione del libro pubblicato da Officine Editoriali da Cleto di Marco Marchese. Quella di Andrea è una storia di dolore, sorrisi e amore per la vita. Un concentrato di caparbietà, passione e coerenza, e non è un caso se già dai tempi della scuola era stato soprannominato HiFi, alta fedeltà. Avrei voluto sedermi con lui per intervistarlo, poi -a causa dei tremori – mi ha perso tre accendini in tre giorni. Alla fine ho rinunciato all’intervista, ma ho trovato un amico.

Claudio Bottan