Cara Confindustria, dietro i numeri ci sono le persone

Ho sempre preferito le parole ai numeri. Anche se la matematica, riconosco, ha un suo indubbio fascino.

La cosa che mi sconvolge non sono tanto le formule a dimostrazione di un teorema, quanto l’utilizzo disumanizzante che ormai dei numeri si fa.

Prendiamo il caso della pandemia. Ci siamo abituati al bollettino quotidiano dei decessi e ci incoraggia la decrescita di questi, Ormai nemmeno più pensiamo che dietro ogni unità che definisce quel totale, ci sia un essere umano.

Siamo soddisfatti che le vittime del virus in un giorno siano “soltanto” 55 (comprensibile, per carità, dopo quello che abbiamo passato), ma non ci fermiamo mai a pensare la sofferenza che il numero cela: per una vita che se ne va, ci sono familiari, amici, parenti che piangono una perdita che per loro sicuramente non potrà mai essere solo un numero.

Cara Confindustria, dietro i numeri ci sono le persone

Questa riflessione – che forse a qualcuno potrà sembrare senza senso – in realtà mi è sorta l’altro giorno leggendo un articolo sul termine del blocco dei licenziamenti.

Trionfalmente Confindustria leggeva la questione in chiave “ottimistica”: a perdere il lavoro saranno al massimo “centomila persone”.

Centomila persone che perdono il lavoro io non riesco a vederlo come un dato positivo. No, proprio non ci riesco. Perché è vero che potrebbe andare peggio e che a perdere il lavoro potrebbero essere molti più italiani (sono le stime dei sindacati). E’ anche vero che per avere successo negli affari serve avere “pelo sullo stomaco” – e la nuova Confindustria a guida Bonomi ne sembra ampiamente dotata. Ma voglio proporvi un semplice ragionamento.

Prendiamo per buona la proiezione dell’associazione datoriale, che a rimanere senza lavoro siano centomila italiani.

Centomila italiani non avranno più un reddito garantito e molti di loro, per questioni anagrafiche o perché non in possesso di determinate competenze, saranno di fatto esclusi dal mercato del lavoro.

Aggiungiamoci che, molto verosimilmente, molti degli espulsi avranno una famiglia a carico con gli oneri che ne conseguono.

Magari a pagare il fitto e a mettere qualcosa in tavola ce la faranno con l’aiuto anche degli ammortizzatori sociali.

I numeri utilizzati per nascondere le disuguaglianze

Ma i figli di questi centomila lavoratori licenziati? Avranno ancora la possibilità di accedere agli studi?

Lo chiamano “ascensore sociale”: è quella possibilità che i figli hanno di “emanciparsi” dalla situazione dei genitori, studiando e aspirando a professioni più alte.

Bene. Anzi, male. A centomila di loro o forse più questa opportunità non sarà più garantita. Così come questi ragazzi dovranno rinunciare a tutto quello che la necessità di far quadrare il bilancio familiare sarà considerato il superfluo: dal praticare uno sport, a frequentare una palestra, a concedersi una pizza con gli amici una tantum.

Per cui, parliamo di numeri. Servono anche per elaborare le statistiche, ma ricordiamo che, a meno che non si stia disquisendo di matematica pura, dietro ogni numero c’è una persona, la cui dignità non deve essere cancellata sovrapponendogli qualche cifra.

Antonio Murzio