“Che quello tiene le scuole alte”: quando il sapere conferiva autorevolezza

Ogni tanto mi diverto a leggere i commenti ai post di scienziati, soprattutto in tema di vaccini. A persone che hanno trascorso un'esistenza sui libri, nei laboratori, o in centri di ricerca, fanno da contraltare persone il cui massimo titolo di studio resta il certificato di battesimo.

Ogni tanto mi diverto a leggere i commenti ai post di scienziati, soprattutto in tema di vaccini. A persone che hanno trascorso un’esistenza sui libri, nei laboratori, o in centri di ricerca, fanno da contraltare persone il cui massimo titolo di studio resta il certificato di battesimo.

Da ragazzino – parlo degli anni Sessanta-Settanta -, quando una prescrizione, un consiglio, un parere arrivava da una persona esperta, mia madre (i cui studi si erano fermati alla sola seconda elementare) commentava: “Che quello tiene le scuole alte!”.

“Che quello tiene le scuole alte”: quando il sapere conferiva autorevolezza

Traduco dal pugliese e per i puristi. Intendeva dire: “Guarda che quella persona ha studiato.”, intendendo per “scuole alte” l’università o, almeno, un diploma in qualche materia che conferiva a quella persona l’autorevolezza di pronunciarsi, con cognizione di causa, in una materia specifica.

Non ho alcun ricordo di mia madre che contesta una prescrizione del medico di famiglia o la diagnosi di uno specialista. Se vivesse ancora, penso non lo farebbe neppure oggi, anche se avesse imparato ad usare i social.

Nonostante il basso livello di scolarizzazione, mamma leggeva tutti i giorni il quotidiano che arrivava in casa (generalmente, il Corriere della Sera), guardava il telegiornale e a volte me la ricordo china sull’Espresso, che leggeva qualche servizio del settimanale, sillabando le parole.

Ma non sarebbe stato per questo che oggi non avrebbe fatto parte della folta schiera di analfabeti funzionali (di quelli a cui la verità sui vaccini viene disvelata da un parente, possibilmente un cugino).

Il riconoscimento dell’autorevolezza

No, penso che per quelli della sua generazione (era nata nel 1925), e forse ancora per un paio di quelle a seguire, era stato trasferito in ambito scolastico un insegnamento fondamentale:: il riconoscimento dell’autorevolezza. Che derivava, almeno in parte, dall’attribuzione di autorità.

Ma anche noi liceali e contestatori negli anni Settanta, che abbiamo contestato l’autorità che deviava in autoritarismo di alcuni presidi e professori, difficilmente nutrivamo dubbi sull’autorevolezza dei nostri docenti, che gli derivava, appunto, dal loro sapere.

Oggi i professori vengono “spogliati” della loro autorità già dai ragazzini delle scuole medie, in un corto circuito sviluppatosi spessissimo a causa di quei genitori che pensano di fare il bene della prole vestendo i panni di “amici”. Per cui alla visione di un brutto voto sul registro elettronico, non chiedono conto al pargolo della sua impreparazione, ma sono pronti a partire, lancia in resta, all’assalto del povero professore: “ma se ieri sera l’ho interrogato io e aveva studiato!”, una delle frasi più ricorrenti. Dimenticando che , rispetto a loro, il professore ha una laurea e, magari, anche un trentennio di esperienza per riconoscere se un alunno ha studiato davvero o no.

In pratica, sta disconoscendo l’autorevolezza dell’insegnante. E non mi meraviglierei. pertanto, sedomani lo trovassi a contestare l’utilità dei vaccini al professor Burioni su Twitter.

Antonio Murzio

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