Forse è il momento di ritrovare le parole

Scorrevo poco fa la timeline della mia pagina Facebook e mi ha colpito il commento di un’amica alla notizia del ragazzo suicidatosi spinto a farlo in una chat.

“Non trovo le parole”, scrive la mia amica Alessandra Casula, avvocato, e che con le parole, al di là della professione esercitata,, è bravissima. Lo ha dimostrato quando si è trattato di reclamare il sacrosanto diritto alla vaccinazione di suo figlio disabile.

Forse è il momento di ritrovare le parole

Anche io, spesso, negli ultimi tempi, ho condiviso notizie con un laconico “no comment”, che sintetizza lo stesso concetto espresso da Alessandra. Di fronte a tragedie ed eventi ai quali ci sentiamo impotenti, che esulano da quella che riteniamo essere la nostra capacità di comprensione di un fatto, ci arrendiamo.

Eppure, di parole, soprattutto da quando abbiamo a disposizione i social, siamo prodighi.

La riflessione alla quale mi hanno indotto le parole di Alessandra portano, invece, al sospetto che più che non trovarle, in certi casi le parole non ci preoccupiamo più neppure di cercarle.

Su questo blog, aperto al contributo di tutti, non una sola parola è stata spesa sulla tragica fine di Saman, la ragazza pachistana uccisa dalla famiglia a Novellara.

Eppure, io, come penso tutti gli altri contributors di Giro di Bozze, una propria idea su quello che è successo ce l’ho.

Serve ritrovare la forza di esprimerle

Più che le parole, penso di non aver trovato la forza di esprimerle. Perché se dico che non credo che riusciremo mai a integrare persone che nulla hanno da spartire con la nostra cultura, partiranno gli attacchi dei miei amici di sinistra.

E’ successo quando ho scritto, non qui, ma in un semplice post su Fb, che, in occasione dell’ultima guerra lampo israelo-palestinese, il mio dispiacere era pari sia per le piccole vittime di Gaza, sia per i bambini israeliani uccisi. Due dei miei contatti hanno colto la palla al balzo per accusarmi: chi non prende posizione, è automaticamente complice di Israele. E il sentimento di pietas, che era l’unico che aveva ispirato il mio post, è stato tacciato di cerchiobottismo.

Quella “e” capovolta mi procura l’orticaria

Se dico che l’utilizzo della “e” capovolta negli articoli di Michela Murgia mi procura l’orticaria al solo pensiero, o che preferirei che si parlasse e si affrontasse più il tema delle morti sul lavoro delle questioni di genere (non ne sto negando la necessità, sto solo illustrando la mia scala di priorità), ci saranno amiche e amici che probabilmente mi tacceranno di essere un intollerante.

Allora mi taccio, Ma sbaglio. E penso che da ora in poi le parole che non si trovano, in realtà nella mia testa ci sono. E forse dovrei tirarle fuori. Sempre. Chi non è d’accordo se ne farà una ragione.

Antonio Murzio

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