Il calcio italiano tra bandiere e bandieruole, uomini e caporali

Il campionato di calcio italiano è finito da poco, l’Inter ha vinto lo scudetto dopo un dominio decennale della Juventus. Questi giorni sono stati agitati dalla morte prematura del maestro Franco Battiato, della stella della danza Carla Fracci e dall’uscita di scena di Terence Hill dalla fiction Don Matteo, ruolo che adesso rivestirà Raoul Bova.

Mentre provo a gustarmi il film sulla vita di Roberto Baggio, Il Divin Codino, con una bimba che preferirebbe che le mettessi le canzoncine della fattoria su YouTube (perdonami Giorgia), rifletto sul recente valzer delle panchine italiane.

Luciano Spalletti

Antonio Conte ha lasciato da vincitore l’Inter, ma la rivoluzione è stata totale (Luciano Spalletti al Napoli, Gennaro Gattuso all’Inter, Ivan Juric al Torino etc etc…). E il caso più spinoso è quello di Simone Inzaghi che ha lasciato la Lazio dopo vent’anni tra carriera da calciatore e quella da allenatore, per accasarsi proprio nel club dei Zang.

Il calcio italiano tra bandiere e banderuole, e i tifosi si sentono traditi

I tifosi laziali si sono sentiti traditi dalla scelta di Inzaghi, che era annoverato tra le bandiere del club, e lo hanno fatto sapere al tecnico in tutte le maniere. E allora mi sono chiesto quale sia il filo labile che ti trasforma da leggenda, bandiera, a semplice bandieruola. Va detto che nella storia di calcio gli esempi più clamorosi di “tradimento” della maglia sono avvenuti da parte dei calciatori piuttosto che dai tecnici. Però, quello di Inzaghi è stato un caso che mi ha riportato alla mente altri esempi italici famosi.

Giovanni Trapattoni

Il mitico Giovanni Trapattoni dopo una carriera da calciatore passata quasi totalmente al Milan, ha scritto le pagine più importanti della sua carriera da allenatore nella Juventus e nell’Inter, non proprio due club qualsiasi e da sempre rivali del Milan. In un certo senso i tifosi della Juve non hanno mai digerito la scelta dello stesso Conte di andare all’Inter e vincere lo scudetto: proprio Antonio che aveva giocato con la maglia bianconera per tantissimi anni, diventandone anche il capitano. Proprio Conte che ha riportato lo scudetto da allenatore alla guida della Vecchia Signora. E allora, fanno bene i tifosi a incazzarsi? E i laziali è giusto che se la prendano con Simone da Piacenza?

Un calcio tra romanticismo e business

Diciamo che se vogliamo guardare il calcio da un lato puramente romantico, che tu sia calciatore o allenatore, se scrivi le pagine di un club, non puoi andare a fare le stesse fortune in una squadra rivale. E sino a qui siamo tutti d’accordo.

Penso a Zeman che ha guidato sia la Lazio sia la Roma, ma questa è un’altra storia.

Quello che sicuramente fa arrabbiare i tifosi sono i falsi proclami, il baciare le maglie, il promettere qualcosa di poco realizzabile nell’era dei contratti multimilionari. I tifosi del Napoli ancora non hanno digerito la scelta di Maurizio Sarri di andare, lo scorso anno, ad allenare la Juventus. Lui che era visto come l’allenatore del popolo proletario che all’improvviso va a lavorare per il “padrone”, scegliendo la giacca e la cravatta piuttosto che la tuta.

Nel calcio le bandiere oggi sono solo dei tifosi

Poi però, va detto, è impensabile che un tecnico giovane come Inzaghi non voglia, per legittima ambizione, provare a fare un passo successivo nella sua carriera da allenatore. Insomma, nella sua vicenda, le colpe del tradimento vanno cercate anche nella gestione del suo rinnovo contrattuale.

Dimentichiamoci oggi allenatori come Alex Ferguson che passano vent’anni e oltre alla guida della stessa squadra. Abituiamoci invece a ribaltoni continui, ritorni di fiamma (vedi Massimiliano Allegri che è tornato alla Juventus dopo essere stato mandato via due anni fa).

Le bandiere sono solo dei tifosi, il resto è business, puro. E scelte professionali.

Vincenzo Crocitto

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