Il catcalling e quegli uomini così piccoli

Gli inglesismi dividono gli esterofili e i più intransigenti cultori della lingua italiana. È chiaro che tra le pagine del nostro vocabolario ci siano tutti gli strumenti per evitare l’(ab)uso delle parole anglosassoni, ma al di là dei gusti che restano indiscutibili la larga adozione degli anglicismi è da condannare quando intende edulcorare fenomeni e difficoltà. Questo è il caso: si scrive catcalling, si legge molestia.

Si scrive catcalling, di legge molestie

Perché è così che vanno interpretati il clacson, il fischio, la battuta, l’urlo dall’altra parte della strada se la sensazione di chi riceve simili richiami è quella del fastidio o addirittura della paura. La questione è certamente antica. Erano gli anni ‘50 quando qualcuno cantava di aver “incontrato un mammifero (…) un cumulo di curve” a cui aveva gridato di non fare la stupida e di dargli un bacio, pur accorgendosi che “la bambola” fosse spaventatissima, pallida, allarmatissima.

Ma devono passare decenni perché si trovi il coraggio di dire che i fischi – a teatro come per strada – sono dequalificanti, non lusingano, non ci piacciono e vanno censurati. In origine si chiamava catcalling infatti il modo attraverso il quale il pubblico mostrava la propria disapprovazione durante o a seguito di uno spettacolo. Con il fischio, manifestazione appresa dal mondo animale, intendeva comunicarsi il proprio mancato gradimento.

Un comportamento che disturba

Oggi questo termine è stato portato per strada e con esso si indicherebbe al contrario che qualcuno, o più spesso, qualcuna ci piace eccome. Perché, pur profondamente convinta della parità ontologica di tutti gli esseri umani anche in relazione al proprio genere, devo ammettere che le statistiche parlano chiaro e le più diffuse vittime di questa elegantissima tecnica di pseudo-corteggiamento sono le donne. Alzi la mano chi non ha mai ricevuto un complimento non richiesto da uno o più sconosciuti che, magari, per ribadire il concetto hanno anche fatto la ronda. Finestrini abbassati e poi a tutto gas.

Alzi la mano chi da questo comportamento non si sia sentito disturbato, talvolta intimorito o spaventato. Soprattutto se da soli, in posti isolati o di notte. E a qualcuno non è anche capitato di difendersi rispondendo a tono e sentirsi poi minacciato? In alcuni Paesi, questo fenomeno viene inserito nella rosa dei reati di genere. In Italia, qualche giorno fa Aurora Ramazzotti si è permessa di denunciare sul proprio profilo Instagram un episodio simile di cui era stata protagonista e un tale le ha risposto che si sente legittimato a fare complimenti anche volgari se vede una donna con belle forme per strada. Possibilmente vorrebbe anche essere ringraziato. E osannato, per l’eleganza si intende.

Gli “spiritosi” sappiano che non sono divertenti

Certo, al momento da un punto di vista processuale-penale abbiamo altre priorità. La prescrizione e la ragionevole durata dei processi, l’ampliamento dei crimini d’odio, il rafforzamento di misure volte alla tutela delle vittime di maltrattamenti domestici, l’affollamento delle carceri, la difesa del principio di non colpevolezza. Solo per citarne alcune. Ma intanto è bene che si faccia luce su questo fenomeno, perché iniziare a parlarne (finalmente!) significa assumere consapevolezza del fatto che non è normale che si debba aver paura di andare in giro da sole o che non ci si debba sentire libere di andare a prendere un treno con tacco e gonna.

È bene che i goliardici sappiano che i propri richiami ci disturbano, non sono richiesti e non sono graditi. Che non sono liberi di fare tutto ciò che vogliono. Allora si dica pure “catcalling” purché si sia consci del fatto che si tratta di una condotta socialmente censurabile che si allinea, quanto all’effetto che produce, alle altre tipologie di molestie che già sono previste dal nostro codice penale.

Vogliamo essere lasciate in pace

Per rendere manifesto questo comune biasimo dei fischi, degli inviti e delle grida che riceviamo per le vie il modo più efficace sarebbe punirli. E ci sembrerebbe adeguato che il catcalling fosse annoverato almeno tra i reati contravvenzionali sanzionati con ammenda o arresto. Sapere che si rischia un procedimento penale potrebbe incentivare a chiudere la bocca. Ma dato che sappiamo quanto i ruoli dei giudici italiani siano oberati, ci accontenteremmo anche di una sanzione amministrativa. Sapere che un complimento urlato in mezzo ad una strada costa caro potrebbe incentivare a tenere la bocca chiusa. Perché noi non vogliamo nemmeno fiori o lettere. È che proprio vogliamo essere lasciati/e in pace.

Non ci aspettiamo che questo passo avvenga domani in un Paese in cui l’approvazione di una legge così necessaria come il ddl Zan viene così fortemente osteggiata. Ma sarebbe bello, davvero bello, un deciso passo di danza verso un mondo che da civilizzato diventa civile. Sarebbe bello, come elevare un coro contro i nostri simpatici catcaller che fa più o meno: “siete piccoli tatarata, piccoli tatarata, piccoli. Così”.

Irene Galatola