Il “Greco”, il padre di tutti i negazionisti

Sgombriamo subito il campo da equivoci: il Greco di cui vi parlerò non ha nulla a che fare con El Greco, il pittore tardo-rinascimentale. Non ne avrei le competenze e non c’entra nulla con la storia che vi racconto.

Leggendo le notizie relative alle proteste dei “no green pass”, che poi sono più o meno le stesse persone che un anno fa erano no-vax e poi no-mask, ho capito che, al di là delle motivazioni con le quali cercano di giustificare la loro contrarietà, il filo conduttore è quello di fare i bastian contrari. In altre parole, loro negano per principio.

Mi è tornato in mente, allora, un personaggio del mio paese, Gioia del Colle, in Puglia, soprannominato “Il Greco” che può essere assurto a padre di tutti i negazionisti.

Parliamo di anni Settanta del secolo scorso, l’unica epidemia che allora conoscemmo fu quella di colera che colpì Napoli e Bari (e relative province) e tutti, ordinatamente, ci mettemmo in fila davanti agli uffici di igiene per farci vaccinare. Non c’erano i social, bastarono, come si usava allora, i manifesti affissi per le strade del paese che convocavano per la vaccinazione.

E, soprattutto, facevamo quello che ci dicevano i medici. Le lauree allora si prendevano solo all’Università. Nè per strada, nè frequentando improbabili atenei della vita. E non esisteva, ovviamente, la libera università degli studi di Google.

Ma torniamo al “Greco”. Non alto di statura, fronte bassa, capelli crespi che sembravano ribellarsi alla volontà di portarli tirati all’indietro sulla nuca, braccia lunghe, a me – ah, allora non sapevamo cosa fosse il body shaming, quindi mi perdonerete – il “Greco” ricordava le figure dell’uomo di Neanderthal che avevo sempre visto sul sussidiario delle elementari.

Al paese, allora, c’erano due squadre di calcio, Pro Gioia e Gioiese, che militavano nei campionati dilettanti. Quando erano nella stessa categoria (non capitava spesso) si assisteva anche a derby infuocati (soprattutto sugli spalti).

Cosa c’entra il negazionismo? Ci arrivo. Il “Greco”, che non ho mai saputo per quale delle due squadre tenesse, frequentava regolarmente il campo sportivo ad ogni partita casalinga. E, sistematicamente, lui tifava per la squadra avversaria. Sempre.

Non che la platea degli spettatori fosse composta di espertissimi di calcio. C’era un gruppetto di tre o quattro persone che arrivavano alla partita con un tegame di carne e patate al forno e bottiglione di vino rosso e mangiavano di gusto, dedicando a quello che succedeva in campo sguardi distratti e per lo più rivolti all’arbitro (anzi, per loro era l’aLbitro) che apostrofavano con un sonoro “cornuto” per poi riprendere a cibarsi.

Il “Greco” no. La partita la guardava. Oltre a tifare per la squadra avversaria di turno, contestava regolarmente ogni decisione dell’allenatore della squadra di casa.

Uno che l’avesse visto la prima volta e non l’avesse mai incrociato in paese, avrebbe pensato a un tifoso al seguito della squadra ospite. Ma lui cambiava casacca ogni domenica e indossava quella dell’avversario di turno. Lui era contro. Per principio.

Un po’ come quello che sta accadendo con i no vax, no green pass, no mask: io penso che qualsiasi decisione fosse stata presa (o verrà presa in futuro), loro l’avrebbero comunque contestata. Perché loro sono contro, a prescindere.

Ma ignorano (oltre a tutto il resto) di essere i “nipotini” del Greco. Che, a differenza loro, non diventava mai violento.

Antonio Murzio