La misura di un tempo senza contatto umano

Mi sveglio in piena notte a pensare, ci sono immagini che vengono a trovarmi e richiedono la mia attenzione proprio di notte, nel buio e nel silenzio più assoluti, come ombre discrete in attesa del momento propizio. La cura per l’insonnia me l’ha insegnata mia madre quando alla tenera età di quattro anni preferivo, di notte, camminare per casa andando in esplorazione mentre tutti dormivano. Lei spesso esausta dopo una giornata di lavoro, non aveva neanche la forza di preoccuparsi se avessi qualche particolare insofferenza, mi liquidava in piena notte con un incisivo “Passeggia!” e io che riconoscevo tutta la sua autorità genitoriale mi convincevo che quella fosse la soluzione migliore e mai mi sono preoccupata di pensare che fossi strana perché di notte preferivo passeggiare piuttosto che dormire. Conosco il diametro del tavolo rotondo della cucina a memoria scheggia dopo scheggia e dopo averlo circumnavigato come una marinaretta orgogliosa per diverse volte, al primo sbadiglio tornavo nel mio lettuccio e cercavo di addormentarmi.

La misura di un tempo senza contatto umano

La cura per l’ansia invece me l’hanno insegnata insieme i miei genitori chini in giardino nei pomeriggi di primavera ad interrare le nuove piante arrivate e ad estirpare l’erbaccia cresciuta durante l’autunno e l’inverno. Io chiusa in camera, in silenzio, circondata da tutto ciò che avrebbe potuto e dovuto favorire la mia concentrazione negli anni del liceo, mi sentivo al contrario totalmente paralizzata nell’impossibilità di concepire qualcosa che fosse minimamente sensato. Dopo un pomeriggio inconcludente decidevo di uscire e chinarmi accanto a loro a raccogliere foglie secche a mani nude e ad affondare le dita nella terra frolla preparata da mio padre, odore indimenticabile di terra, di umidità e di cura, che mi pare di sentirlo ancora adesso mentre scrivo. Lasciavo che il tempo scorresse fino a diventare buio, fino a quando dover rientrare per condividere quello stesso tavolo rotondo e il pasto serale preparato sempre con cura e dedizione, tutti diversi intorno a quel tavolo, io e i miei fratelli e i miei genitori eppure tutti uguali. Quando tornavo nella mia camera quei libri sui quali mi ero tanto affannata nel pomeriggio, inutilmente, mi sembravano meno ostili e con un po’ di rinnovato coraggio e speranza incominciavo a studiare o almeno provavo a farlo.

Il contatto per affrontare le situazioni critiche

Ci sono state anche notti intere trascorse al telefono a parlare con qualcuno per trascorrere il tempo insieme, per guardare il sole sorgere, lo stesso sole nello stesso momento al di là dello stesso ponte prima di vestirsi e andare al lavoro come se niente fosse accaduto.

Da sempre le situazioni più critiche, vissute in modo ansiogeno, hanno richiesto presenza, contatto, condivisione per essere affrontate. Non potevo saperlo ma in ognuna di quelle situazioni vissute stavo cercando un conforto attraverso un contatto per risolvere probabilmente un disagio interiore.

L’essere umano è fatto per essere toccato, è pieno di ricettori in grado di registrare il tocco di una mano, la temperatura di una carezza e trasformarla in un’emozione che arriva dritta al cervello e produce il tranquillante naturale per permettere alla nostra frequenza cardiaca di rallentare e normalizzarsi.

Abbiamo bisogno di toccare ed essere toccati

Detta così potrebbe sembrare semplice e disarmante; studi e ricerche, esperti e ricercatori saranno certamente in grado di riportare scientificamente e in maniera più accurata di me quello che sto cercando di dire: abbiamo bisogno di essere toccati e di toccare.

Questa riflessione nasce dopo aver di recente letto un articolo, datato 2018, nel quale si sottolineava la progressiva perdita di contatto reale fra uomini a favore di un contatto virtuale e di quanto questa rotta andasse modificata.

Quanto mi sia potuto sembrare anacronistico l’articolo lo testimonia la mia immediata ricerca della data di pubblicazione online. Un 2018 inconsapevole di quanto di lì a poca sarebbe accaduto, mi fissava soddisfatto, le braccia conserte sul petto, come di fronte alla scoperta del secolo.

Immediatamente mi sono chiesta, dopo un anno di pandemia e di distanziamento sociale, che fine avessimo fatto, privati del contatto umano.

La risposta non l’ho ancora trovata ma di certo ne vedo e ne sento gli effetti di tale mancanza.

Gli abbracci che sogniamo

Immagino un tocco leggero sulla spalla scoperta che ci farà trasalire e in un attimo tutto il grigiore intorno a noi comincerà a prendere colore.

Tutto comincerà nuovamente ad esplodere quando qualcuno finalmente potrà stringerci in un abbraccio perfetto, architettato per riuscire a contenerci interamente in una stretta unica.

Sia essa la Terra, o la mamma, o l’insegnante che passa fra i banchi, l’amica che ti porta un fiore, il vicino che ti sorride quando ti incontra come se ti accarezzasse il viso, o il nonno che accompagni, un passo lento dopo l’altro, a guardare il sole che tramonta sulla vigna e tutto insieme vedi le radici, senti il profumo del vino e torni bambino, e posi la mano cauta sulla sua nuca bianca e immagini che quello sia il senso di tutto. Tornare bambino, con la nuca bianca, dentro ad una impercettibile carezza.

La cura per questo nostro tempo

Che quando quel bambino non lo senti più da troppo tempo e non lo vedi più riflesso nello specchio che ti sorride, finisce che una carezza non sai più come si faccia, anche senza distanza di sicurezza, anche senza virus e neanche l’aspetti più.

La cura per questi nostri tempi e questi nostri giorni in fila, tutti uguali davanti al nastro di partenza per un nuovo inizio, è nelle nostre mani. L’esercizio giornaliero dimenticato, di cui non conosco la soluzione in fondo al libro, né la regola evidenziata in alto nella pagina, sarà depositare una carezza dolce sul mio viso, davanti allo specchio, ogni giorno, per recuperare un po’ di dolcezza e per destare quella marinaretta che mi sorride e mi strizza l’occhio davanti allo specchio e che trova il tempo per sorridermi e darmi tregua, un po’ di tregua.

Francesca Santoiemma