Influncer di tutto il mondo, unitevi!

Pensavo fosse il solito titolo acchiappa-clic: “Gli influencer chiedono un loro sindacato”, che mi è comparso all’improvviso sulla mia timeline di Facebook dalla pagina del Fatto Quotidiano.

Ma la notizia era troppo succulenta per non approfondire, quindi ho cliccato. E, purtroppo, ho letto.

C’è stato un tempo in cui chi non aveva né arte né parte, apriva un’agenzia di comunicazione. Che si occupava di comunicazione rigorosamente a 360 gradi.

Con l’avvento dei social gli stessi hanno scoperto che diventare influcencer è sempre meglio che lavorare (questo era invece un detto molto in voga tra i giornalisti rispetto al proprio mestiere).

E non è assolutamente contestabile che quello di Chiara Ferragni (23 milioni di follower), sia un vero e proprio lavoro.

Il fatto è che a chiedere un’organizzazione che tuteli il lavoro di influencer sono state persone che hanno un seguito inferiore al numero di dischi venduti in carriera da Leone di Lernia.

Ma poi, quali sarebbero le piattaforme rivendicative di chi passa il giorno a farsi selfie e a postarli sui social? E, soprattutto, quale sarebbe la controparte? Le aziende che chiedono il loro aiuto per promuovere un prodotto?

Nel mio lavoro spesso mi capita di ricevere proposte di interviste a “influencer” in notevole ascesa: poi vai a fare un riscontro e scopri che il fenomeno che ti segnalano ha 3mila follower su Youtube. Meno di un anonimo gattino qualsiasi.

Altri influencer che reclamano il sindacato sono personaggi di cui si sa solo che zompettano da un reality all’altro: passano per l’Isola del famosi, bivaccano nella Casa del Grande Fratello, e te li ritrovi magari a Temptation Island. Il bello è che ci credono, Tanto che si potrebbe scrivere una intervista preconfezionata con risposte standard nelle quali cambi solo il nome dell’intervistato. Alcuni esempi: “l’esperienza dell’Isola mi ha maturato”, “Ho partecipato al GF per rimettermi in gioco”, “A Tempation avete visto la vera XY”.

La partecipazione a questi programmi gli regala momenti di celebrità che poi cercano di sfruttare sui social inventandosi “influencer”.

Come per gli esperti di comunicazione di cui sopra, il fatto è che domattina anche io potrei svegliarmi e dire: ok, voglio diventare un influencer. Non esistono infatti competenze specifiche (a meno che non abbiano istituito un albo e a me non è giunta notizia).

Con la rivendicazione di un sindacato, forse stiamo assistendo a una “proletarizzazione” del mestiere di influencer? A questo punto, vale allora l’appello di Marx ed Engels rivolto a tutti i proletari del mondo in chiusa del Manifesto del partito comunista?

Influencer di tutto il mondo, unitevi! Ma solo per cercarvi un lavoro vero.

Antonio Murzio