La lezione dell’abate Dinouart

In questi giorni sto leggendo molti post di apprezzamento per quella che è (e sarà) la strategia comunicativa adottata dal nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi. Proprio ieri su Giro di Bozze abbiamo pubblicato un interessante contributo di Luca Delli Santi che sintetizzava il tutto in “Prima i fatti, poi le parole”.

Dopo l’ubriacatura di tre anni di comunicazione gestita da Rocco Casalino per conto del presidente Giuseppe Conte, che portava in dote il suo background culturale di personaggio televisivo (emergeva nelle estenuanti attese delle conferenze stampa di illustrazione di nuovi Dpcm, che puntava a far crescere l’aspettativa al pari dell’annuncio di Barbara D’Urso di uno dei suoi tanti presunti scoop), faremo fatica inizialmente ad abituarci a quelli che potrebbero sembrare lunghi silenzi. A meno che…

A meno che non andiamo a ripescare un bel libretto, stampato da Sellerio. Si intitola L’arte del tacere scritto nel lontano 1771 da un abate francese, Joseph A. Dinouart. In un periodo in cui era ancora di moda scrivere trattati sull’arte della conversazione, l’abate si soffermò sull’importanza del silenzio. Ma sbaglia chi pensa a un tacere frutto di ascesi. L’arte del tacere, a mio avviso, resta uno dei libri fondamentali per chi si occupa (o vuole occuparsi) di comunicazione. Lo è soprattutto in un precetto, quello dove Dinouart predica che «è bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio”» In altre parole, diamo alle parole il giusto peso che meritano, non serve usarle sempre e comunque, specie se non si ha nulla da dire.

Il problema della comunicazione politica consiste proprio nel voler parlare sempre e comunque. Basta vedere la quantità giornaliera di tweet cinguettati da alcuni esponenti di partito (recordmen della disciplina, Carlo Calenda e il leghista Claudio Borghi, Salvini meriterebbe un articolo a parte) e il rilascio continuo di dichiarazioni e polemiche attraverso i post su Facebook, tanto che delle due, l’una: o chi posta ha un social media manager a libro paga, o – e questo sarebbe grave – passa più tempo sui social che ad occuparsi della cosa pubblica, che sarebbe in definitiva il nobile scopo della politica.

Altro aspetto riguarda proprio l’uso dei social: a parte Draghi, sono sei gli esponenti di governo che non hanno alcun profilo social. La cosa è stata messa in risalto da quasi tutti i giornali, come se si trattasse di esemplari rari di qualche specie in via di estinzione. In realtà, l’idiosincrasia per i social riguarda una questione anagrafica (per alcuni di loro), e il fatto che per gli incarichi via via ricoperti prima di diventare ministri – è il caso della titolare degli Interni, Lamorgese – sono stati uomini e donne delle istituzioni, ruoli dove si è ben consapevoli del peso delle parole.

Ma sbaglia chi demonizza i social e tira un sospiro di sollievo per il fatto che premier e ministri non li utilizzano (facendolo, si noti la contraddizione, attraverso i social). Tra vent’anni, quando, ci si augura, ci sarà un ricambio generazionale nella classe dirigente del Paese, avere un profilo Twitter o una pagina Facebook o di qualche altro social che nel frattempo avrà preso il sopravvento, sarà parte del bagaglio di di partenza di ogni esponente politico. E , sempre applicando il consiglio dell’abate Dinouart: si può usare Twitter come Trump (sbraitando, offendendo al punto che il profilo gli è stato inibito a vita), o lo si può usare nella maniera più morigerata e istituzionale alla quale ci ha da subito abituato il suo successore Joe Biden. E pazienza per i colleghi giornalisti, ormai abituati più a scorrere i profili social dei politici che a cercare e spiegare quello che succede. Erano comodamente seduti sui retroscena. Dovranno sforzarsi di tornare al loro compito, puntando gli occhi sulla scena.

Antonio Murzio