La “Santa Maria Capua Vetere” di ogni giorno nelle carceri italiane

Ogni singolo fotogramma dei video che documentano la mattanza di Santa Maria Capua Vetere è un cazzotto alla stomaco che toglie il respiro. Colpi duri, come quelli sferrati dal branco in divisa che nel pomeriggio del 6 aprile 2020 «ha dato sfogo ai più beceri istinti criminali operando ogni sorta di violenza ai danni dei detenuti dell’istituto campano».

Quella che ufficialmente doveva essere una perquisizione straordinaria, si è rivelata una brutale rappresaglia, una spedizione punitiva che non ha risparmiato nessuno degli ospiti al reparto “Nilo” del carcere, eccetto camorristi e colletti bianchi. Il film racconta di manganellate, pugni, schiaffi e ginocchiate inferti da trecento agenti, protetti da caschi e scudi, contro persone inerti che crollavano a terra ferite ed umiliate. Lividi, ematomi e denti saltati anche per Vincenzo, il detenuto in carrozzina. Naso fratturato, ecchimosi e ferite profonde per Hakimi che, nonostante i suoi problemi di schizofrenia, è stato picchiato e abbandonato in isolamento. Il 28enne algerino non ce l’ha fatta, ufficialmente è morto per aver assunto un mix di psicofarmaci.

La “Santa Maria Capua Vetere” di ogni giorno nelle carceri italiane

La catena di comando sapeva, ma non ha mosso un dito, anzi, ispettori e comandante hanno partecipato attivamente al massacro, «li abbattiamo come vitelli» si legge, tra l’altro, nelle chat delle guardie. Un goffo tentativo di manomettere i video dell’impianto di sorveglianza è fallito e ha lasciato traccia dei magheggi, soprattutto grazie alla celerità con cui sono intervenuti i carabinieri dopo solo quattro giorni dai fatti per sequestrare gli hard-disk delle telecamere. Su segnalazione dei garanti dei detenuti, gli inquirenti hanno acquisito tempestivamente le immagini di un pestaggio di massa durato oltre quattro ore. Ma in molti altri istituti le telecamere all’occorrenza diventano cieche. Santa Maria, infatti, non è un caso isolato: pestaggi sono stati denunciati da centinaia di detenuti in tutta Italia, ma raramente si arriva ad accertare fatti e responsabilità a fronte di poche sentenze di condanna, spuntano frettolose richieste di archiviazione, indagini senza indagati, difficoltà a riconoscere chi ha alzato le mani o il manganello e torture derubricate a semplici percosse che spesso si risolvono con la prescrizione.

Le ispezioni anali con l’uso di manganelli e gli sputi in bocca

Eppure c’è dell’altro che i video non mostrano: le umiliazioni che lasciano ferite ben più profonde dei manganelli. Barre strappate, o tagliate per sfregio, ispezioni anali con l’uso del manganello, sputi in bocca e detenuti fatti spogliare nei cortili a cui è stato urinato addosso dagli operatori della Penitenziaria, che non hanno risparmiato ogni sorta di minaccia. Lo si apprende dalle dolorose testimonianze delle poche vittime che hanno trovato il coraggio per denunciare, nonostante siano trascorsi quindici mesi prima che venissero adottati provvedimenti contro i carnefici che solo ora vengono sospesi dal servizio o sottoposti a misure cautelari.

Ostinarsi con il refrain delle “poche mele marce” equivale a complicità morale nel minimizzare le crudeltà consumate, ma è altrettanto vero che non si può criminalizzare l’intera istituzione.

Le sottili violenza psicologiche quotidiane

Questa volta i responsabili degli abusi sono stati immortalati all’opera e, anche se qualche volto è celato da caschi e mascherine, ci sono madri, moglie e sorelle che dovrebbero avere un moto di sdegno facendo volare qualche sonoro ceffone. Tocca alle donne dei poliziotti chiedere conto di comportamenti da cui devono prendere le distanze con fermezza, ancor prima che intervenga la giustizia dei tribunali. Tollerare equivale a complicità morale. E’ arrivato il momento di debellare il virus della violenza che dilaga nei penitenziari italiani, e certamente contribuirebbe qualche ciabatta ben assestata tra le mura domestiche all’indirizzo dei bulli in divisa.

In questo frangente i reclusi devono dare dimostrazione di civiltà. Tocca a loro mantenere l’ordine negli istituti reprimendo ogni istinto di vendetta, senza cedere alle sottili provocazioni a cui sono sottoposti quotidianamente. Talvolta si tratta di una vera e propria violenza psicologica: ritardate risposte alle “domandine”, fantasiose interpretazioni dei regolamenti e sciatteria nella gestione dei bisogni primari dei detenuti da parte dei detendenti.

Proprio in questo momento dalle persone recluse deve venire una lezione di legalità, combattuta con carta e penna e non con rivolte. Block notes e bic. Gli strumenti a disposizione di chi scrive dalla cella di uno degli istituti nell’occhio del ciclone per presunte violenze. Già, perché l’ipotesi di poter utilizzare un pc per la sola scrittura è un’eresia, e toccherà a qualche volenteroso collega trascrivere i miei geroglifici per pubblicare. Anche questa è violenza.

Claudio Bottan

dello stesso autore:

Diario dal carcere: vita (e morte) degli invisibili