La variante del (Fabrizio) Corona-virus

Su Fabrizio Corona non ho attenuanti: conosco il carcere e le sue perfide dinamiche e soprattutto, per questioni professionali e di amicizia, conosco l’uomo Fabrizio e la sua famiglia. (Claudio Bottan)

«Quei tagli ai polsi, il farsi male e il tentativo di togliersi la vita costituiscono, spesso, la sola forma di auto-rappresentazione e l’unica voce (pur stenta e rotta) rimasta a chi, per definizione e per condizione è senza voce. E, infatti, al detenuto viene imposta, quale pena aggiuntiva l’interdizione a comunicare col resto della società. Rimasto senza parola, il detenuto si adatta, pertanto, a parlare attraverso il proprio corpo: il corpo offeso e costretto è, in molte circostanze, il solo mezzo di comunicazione con l’esterno. Il corpo è qui, davvero il mezzo e il messaggio». Lo scriveva il senatore Luigi Manconi a corredo di una ricerca sulle condizioni del carcere nel 2002. Associare la profondità di quelle parole a Fabrizio Corona parrebbe un azzardo: una blasfemia che crea divisioni, separa o compatta. Dell’ex re dei paparazzi se ne parla in punta di piedi per paura di scivolare nel terreno paludoso della consapevolezza e della conoscenza, che nulla hanno a che fare con l’istinto e con la pancia, perché quando occorre razionalità la reazione è un fuggi-fuggi: si salvi chi può.

Faccio parte anch’io della schiera dei codardi che avrebbero preferito sorvolare sull’argomento, ma su Fabrizio Corona non ho attenuanti: conosco il carcere e le sue perfide dinamiche e soprattutto, per questioni professionali e di amicizia, conosco l’uomo Fabrizio e la sua famiglia. Quattro anni fa gli ho proposto di accompagnarmi durante gli appuntamenti settimanali alle scuole superiori della Lombardia; andavo a raccontare di carcere e giustizia a centinaia di studenti che mi massacravano di domande e vomitavano giudizi, pensavo che avrebbe potuto fargli bene. Mi è arrivata una sdegnata non-risposta: “Ho altro da fare”. Indifendibile. Inutile dire che mi ha fatto incazzare, ma ci stava nel gioco delle parti in cui ero io a provocarlo.

Mi ha fatto male leggere di Gabriella, mamma di tre figli tra cui anche quel Fabrizio malato di lavoro, di soldi e di sé stesso che le ha crepato il cuore. È malato e lui lo sa perfettamente per averlo ammesso più volte in pubblico. Negli ultimi anni è entrato e uscito a ripetizione dal carcere: a ottobre 2015 ottenne il primo affidamento terapeutico da Don Mazzi, che gli fu revocato ad ottobre 2016; a febbraio 2018 ebbe l’affidamento provvisorio, revocato con ritorno in carcere nel giugno 2018. E poi ancora affidamento concesso a novembre 2018, sospeso a marzo 2019 e revocato ad aprile dello stesso anno. Infine, nel dicembre 2019 l’uscita dal carcere per il differimento pena con detenzione domiciliare per curarsi.

Ancora ancora ieri la madre era accanto al figlio insanguinato che sbraitava frasi sconnesse. “Avete creato un mostro, adesso vi faccio vedere come si combatte l’ingiustizia. Pronto a dare la mia vita in questo Paese ingiusto”, diceva Corona nei video pubblicati sui social in cui attaccava i magistrati dopo aver appreso che i giudici del tribunale di Sorveglianza di Milano avevano revocato il differimento pena in detenzione domiciliare e che, pertanto, doveva ritornare in gattabuia. La galera, quel luogo che egli stesso ha definito “l’inferno” durante l’udienza che lo vedeva accusato di ripetute violazioni alle prescrizioni inerenti la misura alternativa alla detenzione tra le sbarre. “Dottoressa Corti, signor Lamanna”, questo è solo l’inizio, sacrificherò la mia vita per togliervi da quelle sedie” ha aggiunto Corona che, dopo essersi tagliato i polsi, ha gridato: “Chiedo, sennò davvero mi taglio la vita, che venga il presidente del tribunale di sorveglianza, che guardi gli atti”.

“Mi taglio. Ecco il mio sangue”. In carcere si impara subito che questo è un modo per comunicare il disagio tipico di chi non conosce la lingua, non vuole comprendere o non accetta le regole -che spesso sono incomprensibili- del sistema penitenziario. L’autolesionismo è soprattutto una prerogativa delle persone di origine magrebina, altresì specializzate nell’ingoiare lamette, chiodi, batterie e detersivi facendo leva sulla paura di contaminazione con il sangue che tali comportamenti possono ingenerare sulle “guardie”. Se questo è ciò che Fabrizio Corona ha assimilato dalla lunga carcerazione cui è stato sottoposto, significa che qualcosa è andato storto.

La funzione rieducativa della pena trova il suo riconoscimento nella Costituzione che, all’articolo 27, sancisce che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Già, “le pene” e non “la pena”, incluse le misure alternative alle sbarre. È proprio in quel plurale che si frantumano le sicumere di quanti ritengono che il carcere sia l’unico girone dell’inferno cui sono destinati i delinquenti come Corona, ma lui – del virus giustizialista – è una variante che divide. Da un lato il benaltrismo: “Contro Fabrizio un accanimento. Mafiosi e pedofili a piede libero e lui, per due foto, sta pagando troppo. Ha pestato i piedi a qualcuno di importante”. Dall’altro il populismo giudiziario di quanti lo vorrebbero in galera a vita: “Ha avuto più opportunità di altri detenuti e non rispetta le regole, se l’è cercata”. Nella penombra, intanto, si aggira il “mondo di mezzo” dell’opportunismo: una giungla popolata da tirapiedi, pseudo amici, lacchè, nani e ballerine che prontamente si defilano quando è finita la festa.

Intanto Fabrizio Corona, cui era stata diagnosticata una grave patologia psichiatrica borderline «al confine tra nevrosi e psicosi», è ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano. È piantonato dagli agenti del carcere di Opera dove sarà trasferito, nonostante la presenza di numerosi contagi da Covid, per scontare il residuo di un cumulo di pene che terminerà nel 2024. Per lui, scriveva il magistrato di Sorveglianza Luerti nel dispositivo che ne differiva la pena, la droga era «automedicazione dal malessere generato dalla malattia psichiatrica» che, come ha detto la Consulta, è incompatibile con il carcere tanto quanto quella che colpisce il fisico. Un malato, insomma, che però deve stare in galera perché non riesce a gestire i sintomi della sua patologia.

Claudio Bottan

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