Lolita Lobosco: parliamo pure di stereotipi, ma di quelli che ci porta a superare

Desidero proporre alcune riflessioni dopo la visione della fiction (andata in onda domenica 21 febbraio, in prima serata su Rai Uno) “Le indagini di Lolita Lobosco”.

La fiction è tratta dai romanzi gialli scritti dall’autrice barese Gabriella Genisi, la cui protagonista è, per l’appunto, la commissaria Lolita; libri che ho letto e che mi hanno appassionato. Del resto il viaggio fra le pagine di un libro può rivelarsi diverso da quello fatto fra le scene di una fiction, appunto perché di fiction si tratta. Non starò qui ad elencare differenze e similitudini, ma per un ulteriore approfondimento andrebbero letti i romanzi della Genisi, lettura peraltro consigliata.

La scrittrice Gabriella Genisi (da CanosaWeb)

La querelle sull’uso del barese

Da studiosa e appassionata delle lingue in genere, comincio con una riflessione rispetto alla querelle sull’uso del barese nella fiction ed evidenziando una cosa semplice: moltissimi baresi hanno commentato in maniera negativa l’accento barese poco fedele alla realtà dell’attrice Luisa Ranieri (di origini campane) nei panni della Commissaria Lobosco; d’altro canto, molti connazionali centro-settentrionali si sono concentrati maggiormente sui contenuti, sull’intreccio e sulla fotografia della prima puntata, apprezzando divertiti proprio la cadenza cantilenante tipica di alcuni dialetti del sud.

Il dialetto è a tutti gli effetti una lingua e il processo di acquisizione di una lingua richiede sforzo, costanza, tempo e motivazione. Tale sforzo l’attrice ha dovuto concentrare in alcune settimane e comunque non stiamo parlando di acquisizione totale di una lingua ma di intonazione nella pronuncia, modulazione. Da formatrice ed insegnante di lingue straniere vorrei fare presente che l’accento e l’acquisizione di una lingua sono due cose distinte e separate e che conoscere una lingua perfettamente da un punto di vista morfo-sintattico non significa necessariamente averne acquisito di riflesso l’accento. Conosco persone fluenti in molte lingue che nonostante anni di pratica ad altissimi livelli conservano l’accento e l’inflessione tipici e inequivocabilmente appartenenti alla loro lingua madre. Attrici come Maryl Streep e Renée Zellweger sono state affiancate da coach britannici per avvicinarsi all’accento anglosassone e, sebbene non sia sempre possibile raggiungere questo traguardo linguistico in maniera ineccepibile, questo non ha pregiudicato il livello delle loro performance. Sophia .Loren ha sempre recitato in inglese in presa diretta e si è autodoppiata in inglese ne La Ciociara, conservando il suo accento.

Quello che di positivo la fiction ha messo in risalto

Non voglio, però, parlare in questa sede del fenomeno noto come “online disinhibition effect”, o delle scelte operate dal regista, che avrebbe potuto prediligere attori baresi (siamo sicuri che sarebbero stati compresi a livello nazionale?) o del fatto che l’inflessione sarebbe migliorata con la pratica ininterrotta (siamo convinti noi baresi di non parlare proprio cosi? Avete mai provato a registrarvi mentre parlate, senza sapere di essere registrati, e a riascoltarvi?); semplicemente mi concentrerei anche su quanto di positivo la fiction ha messo in risalto. L’immagine di Bari restituita ai molti telespettatori (32% di share) credo sia una delle più belle degli ultimi tempi e considerando che la fiction è stata una delle poche girate nonostante le restrizioni Covid, in un periodo a dir poco surreale per qualsiasi manifestazione di normalità, la sterile critica relativa alla mancata resa dell’atmosfera natalizia vissuta normalmente dai molti baresi in giro in strade pullulanti di gente e di nuovissimi monopattini elettrici, finisce ancor prima di incominciare. Fotografia eccellente.

Tutto questo progresso in fatto di superamento degli stereotipi devo essermelo perso

Onestamente ciò che mi ha impensierito più del tanto dibattere sulla questione della lingua sulla quale in pochi avrebbero potuto permettersi di esprimere qualcosa di veramente sensato, è stato sentire parlare di “stereotipi” ormai superati e di una ingiusta immagine retrograda di Bari. A quando esattamente risale tutto questo progresso in fatto di superamento degli stereotipi? Chiedo, perché devo essermelo perso.

Non vi sono dubbi rispetto agli straordinari passi in avanti fatti negli ultimi anni all’interno di Bari, dei comuni limitrofi e della Puglia tutta da un punto di vista paesaggistico, estetico e strutturale. Ma perché guardare tutto da una prospettiva talmente ristretta? Il luogo in cui si svolgono i fatti è diventato addirittura più importante dei fatti stessi? Ciò che in Puglia è stato ambientato avrebbe avuto lo stesso valore e significato se ambientato a Milano, Venezia, Ancona? Voglio augurarmi e rispondere di sì.

Quando ci siamo abituati a giudicare tutto in maniera così superficiale e frettolosa? Tutto passa e scorre alla velocità di un click, la stessa velocità con la quale si emettono sentenze, giudizi e condanne.

La fiction ci incoraggia a superarli

Ma Lolita, l’avete guardata negli occhi? Cosa vi disturba oltre al suo accento? Quale il riscatto andato perduto che da lei avete preteso?

Ancora non passa inosservato, ahimè, se una docente arriva ad insegnare in un corso serale con indirizzo meccanica e nella fiction la responsabile dell’officina meccanica è una donna che di fronte ad un poliziotto piuttosto imbarazzato, elenca una serie di titoli e riconoscimenti ottenuti solo ed esclusivamente studiando sodo e perseguendo gli obiettivi che si era preposta cioè lavorare in qualità di ingegnere meccanico. E indossa una tutta da lavoro informe che nulla mette in risalto se non il suo cervello, il suo modo di ragionare ed essere competente. Credo questo sia un incoraggiamento al superamento degli stereotipi che evidentemente ancora resistono.

Io negli occhi di Lolita ho visto una speranza

La vittima dell’episodio “La circonferenza delle arance”, Angela, nelle mani del suo aguzzino dall’età di 13 anni, giura di restare vergine fino al matrimonio ma prova un sentimento di riconoscimento nei confronti del suo datore di lavoro che la ritiene “capace”. Capace vuol dire “in grado di fare qualcosa”; in inglese il verbo can insieme significa “potere” ed “essere capace, abile, in grado di”. E per Angela è dolce il suono della voce di chi per la prima volta ritiene sia capace, di chi non ha fatto caso alla sua cicatrice sul labbro superiore da coprire ossessivamente con il rossetto, tatuato per di più. Siamo sicuri che non ci sia più bisogno di riproporre tali schemi perché superati?

Una scena della fiction girata sul lungomare di Bari

Per troppo tempo il sud, Bari e i meridionali si sono visti usurpare il trono del merito e assegnare il marchio dell’incapacità. E si sentono insultati e rabbrividiscono per un’inflessione imperfetta (quante ne abbiamo taciute in molte altre fiction) piuttosto che per la violenza taciuta, per l’inganno e il ricatto, per un uomo che porta i fiori sul luogo in cui egli stesso ha ucciso la sua fidanzata preferendola morta piuttosto che di un altro uomo.

Mi chiedo perché voler sottolineare a tutti i costi ciò che nella fiction non ha funzionato (e ci sono cose che probabilmente andavano pensate in maniera diversa e migliorate) distruggendo in un colpo solo quanto di sensato avrebbe potuto portare ad una riflessione su fatti e persone che ogni giorno ci siedono accanto e chiedono di essere ascoltati. Io personalmente ne conosco di donne che vorrebbero ma non possono, anche semplicemente parlare come quella Angela, o come quel Ciro, ne conosco di uomini che hanno creduto il possesso fosse amore o di madri che fingono di star male per avere accanto un figlio lontano e di cui si preoccupano rincorrendolo con del cibo preparato in casa apposta. Tanto al nord quanto al sud, tanto gli uomini quanto le donne, tanto nel paesello come in città.

Ma non è che per caso abbiamo sbagliato tutto quando noi meridionali abbiamo cominciato ad essere i primi nemici detrattori degli stessi meridionali?

Perché io negli occhi di quella Vice questore vedo gli occhi di mille donne che ancora devono combattere perché sono sensuali ed intelligenti, perché sono capaci e libere di scegliere con chi stare. Combattere per essere semplicemente quel che si è, l’uno diverso dall’altra e per mostrare e dar prova del proprio valore. Siamo sicuri sia un concetto superato?

Io in quella Vice questore vedo una speranza. Io questo solo voglio vederci.

Francesca Santoiemma

L’autrice, pugliese, è docente di Lingue straniere nelle scuole superiori