L’ultimo gran jeté di Carla Fracci, donna forte e coraggiosa

Carla Fracci. Un mito. Una leggenda. Lei, quella “non più nubecola terrestre, ma celeste”, quell’angelo terreno con le ali come l’ha definita in una sua poesia Eugenio Montale nel ’69 in un ultimo relevé alza i talloni da terra con le sue scarpette bianche per eseguire un perfetto indimenticabile grand jeté, questa volta l’ultimo.

Giovedì 27 maggio nella sua amata Milano si spegne a 84 anni la ballerina più amata e famosa del Novecento. “La prima ballerina assoluta” scrisse il New York Times; “You are wonderful” le disse commosso Charlie Chaplin dinanzi a cotanta bellezza e grazia dopo una sua esibizione. Quell’“eterna fanciulla danzante”, per citare ancora Montale, che ha segnato la storia della danza su scala mondiale.

“Il Teatro, la città e la danza perdono una figura storica, leggendaria, che ha lasciato un segno fortissimo nella nostra identità e ha dato un contributo fondamentale al prestigio della cultura italiana nel mondo” esordisce la Scala in una nota ufficiale.

Da tempo Carla combatteva con un tumore in silenzio e coraggio. Con l’eleganza e la delicatezza che l’hanno sempre contraddistinta se n’è andata. E con lei il mito del balletto e un pezzo di storia.

Le radici: Carla come Giselle, una donna di umili origini

Come Giselle, uno dei suoi tanti cavalli da battaglia, forse quello più simile alla sua persona, una donna semplice e vera, di origini umili (il padre tramviere, la madre operaia). Ma Carla non sognava di fare la ballerina da bambina. In un’intervista: “Io non ho mai realmente sognato di fare la ballerina. Sono nata poco prima della guerra, poi fummo sfollati a Gazzolo degli Ippoliti, provincia di Mantova, quindi a Cremona. Papà lo credevamo disperso in Russia. Io giocavo con le oche, ci si scaldava nella stalla. Non sapevo cosa fosse un giocattolo, al massimo la nonna mi cuciva bamboline di pezza. Progettavo di fare la parrucchiera, anche quando dopo la guerra ci trasferimmo in una casa popolare a Milano, quattro persone in due stanze. Però sapevo ballare e così allietavo tutti al dopolavoro ferroviario, dove mi portava papà. Fu un’amica dei miei che li convinse a portarmi all’esame di ammissione alla scuola di ballo della Scala. E mi presero solo per il bel faccino”.

E da quel giorno del lontano 1946 quando iniziò lo studio al Teatro la Scala tanta la fatica, tante le scarpette rotte, le dita insanguinate, la polvere dei palchi, i plié alla sbarra. Ma non ha mai mollato. La fatica non la spaventava, lei figlia di brava gente conosceva le difficoltà, il sudore e la perseveranza. “Fu pesantissimo. [..] La danza è una carriera misteriosa che rappresenta un mondo imprevedibile ed imprendibile. Le qualità necessarie sono tante. Non basta soltanto il talento, è necessario affiancare alla grande vocazione, la tenacia, la determinazione, la disciplina, la costanza”.

Carla Fracci, la ballerina più famosa del Novecento. Ben oltre 200 i ruoli interpretati

Non c’è palco dove non si sia esibita: teatri nazionali ed internazionali come il Royal Ballet, lo Stuttgart Ballet, il Royal Swedish Ballet e dal 1967 ballerina ospite dell’American Ballet Theatre e la Scala ovviamente, la sua casa. Non c’è premio della danza che non abbia vinto. Diversi i coreografi di fama mondiale, Cranko, Dell’Ara, Rodrigues, Nureyev, Butler, Béjart, Tetley e i partner con cui ha danzato sotto i riflettori in una struggente Giselle o in una leggiadra Odette del Lago dei Cigni per citare due degli oltre 200 personaggi interpretati: Rudolf Nureyev, Erik Bruhn, Mikhail Baryshnikov, Gheorghe Iancu, Amedeo Amodio e molti altri. Molti dei suoi lavori sono stati realizzati in collaborazione con il marito, il regista Beppe Menegatti, l’uomo con cui ha condiviso l’intera vita, personale e professionale, fino ad oggi.

Eppure nonostante la notorietà Carla non ha perso l’umiltà propria delle origini. “Ho avuto un successo che a volte penso di non meritare, perché sono convinta che ci sia sempre da imparare. E ogni volta che arriva un riconoscimento ancora oggi resto sbalordita”. In oltre 65 anni di carriera non ha mai perso la voglia di rinnovarsi, di sperimentare. Credeva che la danza non fosse un mero diletto limitato ad una ristretta élite: “Nel nostro lavoro bisogna essere sempre nuovi. La danza non è piedi e gambe. È testa. […] L’importante è che la gente veda la danza. [..] Ho danzato nei tendoni, nelle chiese, nelle piazze. Sono stata una pioniera del decentramento. Volevo che questo mio lavoro non fosse d’élite, relegato alle scatole d’oro dei teatri d’opera. E anche quand’ero impegnata sulle scene più importanti del mondo sono sempre tornata in Italia per esibirmi nei posti più dimenticati e impensabili. [..] Ma a me piaceva così, e il pubblico mi ha sempre ripagato”. Carla non ha mai smesso di andare ad incontrare la gente, di ammaliarla con la sua grazia, il suo sguardo candido e il suo colpo docile, ma perfetto. Proprio per questo è sempre stata tanto amata. Proprio per questo siamo qui oggi a rimpiangerla e ricordarla.

Carla impegnata socialmente in nome della danza

Non solo una magnifica e leggiadra ballerina sulle punte, ma anche una donna forte e coraggiosa, impegnata persino politicamente (nel 2009 diventa assessore alla Cultura della Provincia di Firenze). Si era battuta molto contro lo smembramento dei Corpi di Ballo dalle fondazioni liriche. Con coraggio e determinazione aveva fatto di tutto per tenerli vivi, per esempio quando dirige il Corpo di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli negli anni ’80 o quello dell’Arena di Verona nel ’96 o la compagnia di danza all’Opera di Roma dal 2000. All’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scriveva: “Il ballo classico ha dato prestigio al nostro Paese ed è triste che oggi sia considerato residuale. Un’arte nobile come questa non può essere trattata come una Cenerentola”. Il suo più grande sogno? Potersi occupare di un gruppo di giovani, insegnare loro la magia della danza. Avere una sorta di “accademia della danza nazionale”.

Per far conoscere il balletto al grande pubblico e anche fuori dal repertorio classico ha interpretato ruoli come Medea, Concerto barocco, Les demoiselles de la nuit, Il gabbiano, La bambola di Kokoschka. Nel ’67 il musical Scarpette rosa di Vito Molinari e così molti gli show e i sceneggiati televisivi. L’ultimo poche settimane fa quando aveva partecipato alla docuserie Corpo di ballo, 12 puntate girate nella sua amata Scala prodotte e trasmesse su RaiPlay. Anche i libri ci raccontano di Carla: ricordiamo Ballerina (Giunti, 2006) e l’autobiografia Passo dopo passo (Mondadori, 2013) che diverrà a breve una fiction tv con Alessandra Mastronardi.

Ciao, Carla!

Ciao, Carla. Ora probabilmente starai danzando da qualche parte lassù, sempre con il tuo tutù, le scarpette bianche, i capelli raccolti con preziosi pettinini e con quelle ali di angelo con cui voli e dai forma con i tuoi plié e grand jeté al linguaggio dell’anima.

Lara Minelli