“Mi chiamo Ezio, nella vita faccio musica. E sono un uomo fortunato”

“Mi chiamo Ezio, nella vita faccio la musica. E sono un uomo fortunato. È questa l’unica cosa che vorrei dover dire per parlare di me”. Non voleva essere chiamato ‘Maestro di vita’ o ‘personaggio’ Ezio Bosso. Nemmeno essere ricordato per le sue frasi ad effetto come fosse Osho, “Bossho” gli piaceva scherzare.

Ezio si considerava una persona, un musicista, un direttore, un “servitore della musica”, non un esempio. Diceva: “Cerco di fare tutto fino all’ultimo respiro, di sorridere, di dare, di provare a fare meglio ed esser meglio. Quello che io faccio è raccontare”.

“Mi chiamo Ezio, nella vita faccio musica. E sono un uomo fortunato”

Venerdì 15 maggio dello scorso anno Ezio ha inseguito quell’uccellino del suo Following a bird (album The 12th Room, Incipit Records, 2015), raggiungendo così le sue Clouds, the mind on the (re)wind (album Music For Weather Elements, Sony Classical, 2013) e si racconta oggi, ad un anno dalla sua morte, in Faccio musica, in libreria dal 4 maggio.

Non un’autobiografia, Ezio non ha mai voluto pubblicarla. Evitava sempre nel limite del possibile, di parlare della sua carriera, non cercava la lode.

Faccio musica si presenta come una sorta di Zibaldone, appunti e bozze, pensieri sparsi e vari degli ultimi quattro anni di vita, edito da Piemme e curato da Alessia Capelletti, la sua responsabile della comunicazione negli ultimi anni.

340 pagine di testi che ci svelano i pensieri di Ezio, quelli divenuti parte di interviste e quelli invece più intimi, che doveva per ovvi motivi limitare, se non addirittura censurare, che ci rivelano un Ezio triste, a tratti rassegnato ed indignato per dover spesso scendere a patti con esigenze non proprie.

La sua rabbia per le maldicenze sulla malattia

Tra questi lo sfogo a Giulia Vespoli, giornalista di Vanity Fair, all’epoca compagna di Ezio, nell’intervista mai pubblicata prima d’ora, nella quale Ezio parla del dolore e della rabbia dinanzi agli attacchi alla sua persona, alla malattia, di una violenza verbale imbarazzante, ben oltre i limiti del lecito dibattito. “Sono arrivati a dire che fingo di essere malato, che quando non mi vedono cammino, il musicista in carrozzina. A volte mi viene il sospetto che vogliano vedermi suonare perché si commuovono a vedermi star male. Altrimenti non capisco. Non c’è affetto in questo. Questo è solo ego”.

La copertina del libro edito da Piemme

E gli scontri con le istituzioni e la mentalità d’oggi in Italia: “la musica manca di pluralità. Non viene considerata una forma fondamentale dell’esistenza, ma un accessorio”. Un Ezio impegnato socialmente soprattutto durante il primo lockdown di marzo, quando fino a pochi mesi prima di morire, si batte per ribadire quale ruolo decisivo e di fondamentale importanza abbia la musica nella nostra società e ancor più oggi, in questo periodo difficile, dove l’uomo è costretto a crearsi chimere e lanterne di luce. “La vita deve ripartire. Come la musica. Senza la musica siamo tutti malati e soli. […] Io credo nella musica, perché la musica ti cambia la vita, di più, ti salva la vita e io ne sono un esempio. […] Tralasciare la musica vuol dire non riconoscere la storia di questo Paese”.

Musica capace di creare ponti, di raccontarci il passato, di costruire il presente, diventando futuro. Musica collegamento e condivisione tra le persone. “Non è forse proprio questa la magia?”

Ezio spiega come dovrebbe essere un buon musicista

Ezio ci spiega come dovrebbe essere il buon musicista, il pubblico, membro silente dell’orchestra e l’importanza di quest’ultima quale emblema di società perfetta ed equilibrata, una sorta di polis greca. E così della responsabilità del bravo direttore d’orchestra, ricordando qua e là il celeberrimo ed amato Maestro Claudio Abbado, guida ed amico, “faro acceso” nella vita e nella musica di Ezio.

Tra uno scritto e l’altro non mancano anche i ricordi al mondo dell’infanzia: le chiacchierate con la nonna in cucina, i baci della buonanotte, il pigiamino giallo con Superman considerato magico per i bei sogni, il balcone di casa da cui guardare il cielo, quel pomeriggio con Fabio, il fratello e il giro col motorino Ciao vinto a un concorso.

Pagine che ci svelano un Ezio artista ed intellettuale di una profondità e sensibilità rare, straordinario in tutte le accezioni così come la sua stessa vita che ne è forse, l’emblema principe. E un Ezio uomo che ha fatto della sua vita la Musica, esigenza, maestra ed amica. Quella musica che l’ha accompagnato in tutte le ‘stanze’ della sua esistenza, dalla prima all’ultima, la dodicesima, per citare quella teoria tibetana in cui credeva, base dell’album “The 12th Room” (Incipit Records, 2015). Quella musica che gli ha dato la forza di ricominciare sempre, nonostante la malattia, anche nei silenzi e nei momenti più bui.

La “bacchetta magica” di Ezio

Un uomo appassionato ed appassionante, che ci ha stregati con la sua “bacchetta magica”, come lui stesso amava scherzare. Con le sue parole, sincere e dirette, capaci di scuotere l’animo e la coscienza. Con le sue note capaci di arrivare al cuore ed emozionare. Perché Ezio sapeva leggere l’animo umano, conosceva le emozioni; sconforto, rabbia, dolore e paura comprese. Perché Ezio era un uomo come noi che non ha mai mollato, di una forza e bellezza d’animo straordinarie, che non scorderemo mai.

“Ho lasciato che la vita mi seguisse e la musica è diventata la mia vita. Noi siamo ciò che amiamo. Io faccio musica e mi considero un uomo fortunato. La musica mi ha regalato una vita bellissima. Finisse anche domani. Finirebbe col sorriso, lo so perché l’ho già provato”.

Lara Minelli