Olimpiadi di Tokyo, la forza e la fragilità

Le Olimpiadi di Tokio ci hanno regalato medaglie inaspettate ed emozioni: che i campioni hanno espresso senza filtri e senza riserve.

Il mito del campione visto come un eroe, in questa olimpiade è stato molto ridimensionato, sono persone con paure, ansie, rituali da eseguire.

Essere campione non è solo acquisire la tecnica ma è poter esprimere il proprio percorso personale che lo caratterizza e lo definisce.

Olimpiadi di Tokyo, la forza e la fragilità

Simone Biles, per esempio, ha avuto il coraggio di rendere umana la perfezione che viene richiesta agli atleti; infatti ha dichiarato che la salute mentale è qualcosa che le persone in qualche modo respingono e mettono sotto il tappeto.

Il suo ritiro nelle prove a squadre ha esplicitato al mondo che se non si è sereni, non si sente più la passione, non si è in armonia con se stessi bisogna avere il coraggio di fermarsi.

Parlare di benessere mentale, per la prima volta ad una manifestazione sportiva, è stato veramente rivoluzionario e ha evidenziato quanto sia importante saper gestire situazioni stressanti, come può essere una gara, è importante gareggiare se l’atleta è in grado di farlo, non la Società Sportiva o il mondo.

Le prime Olimpiadi in cui si è parlato di benessere mentale

Questa competizione ha permesso che si potesse parlare di benessere mentale e di orientamento sessuale, infatti ha ospitato 161 atleti e atlete della comunità Lgbtq.

Una competizione sportiva che ha rivisto il motto olimpico dopo 127 anni in ”più veloce, più in alto, più forte, insieme“. Insieme è anche la parola di inclusività che si associa sia ai giochi che ai rappresentanti della comunità Lgbtq.

Si è anche parlato di disagio personale e ciò ha permesso di guardare l’atleta come uomo che

può avere momenti personali di smarrimento e deve riflettere per meglio ritrovare i propri confini, ritrovare le proprie specificità, per poter dire di aver paura, tutto ciò può accadere.

Tutto ciò nulla toglie al campione, la sua umanità ha bisogno di quiete e lui è anche un uomo.

Corpo e mente devono essere sincronizzati

Molti atleti hanno dichiarato di essere assistiti da mental coach, che li hanno sostenuti nel percorso da affrontare, perché il corpo e la mente devono essere sincronizzati.

Si lavora, infatti, per smussare i lati negativi, per gestire la pressione eccessiva, l’ansia che annulla le energie vitali, per ritrovare quella giusta lucidità e serenità utili alla gara.

La gestione delle proprie emozioni è la prova più impegnativa che un atleta deve saper affrontare affinché la prestazione sia quella sperata.

Saper fare un passo indietro, prendere atto delle energie di cui si dispone è sicuramente espressione di benessere psicofisico e non di debolezza e soprattutto è maturità e rispetto per se stessi.

L’obbligo di essere sempre all’altezza della situazione

Negli ultimi anni, nel mondo occidentale si è andati verso la direzione dell’essere sempre all’altezza della situazione.

I supermen e le wonderwomen si sono moltiplicati e hanno prodotto immagini in cui la performance è il passaporto che identifica il solo valore della persona.

L’aderire a un modello improntato alla prestazione e ai modelli riconosciuti dal mondo ha reso la propria parte interiore sempre più inaccessibile e da omettere nel proprio quotidiano.

L’identificarsi al ruolo riveste un carattere protettivo, per cui si è il campione, il manager, il capo del governo, etc.. l’uomo così non può chiedersi chi è veramente, se è felice.

La consapevolezza del peso del ruolo, il saper leggere e attuare ciò che la propria emotività sta esprimendo è la giusta direzione per ritrovarsi in serenità.

Ammettere la propria fragilità è la vera forza

Ammettere la fragilità e vulnerabilità significa rafforzarsi, perché è il dubbio che rende credibile e affidabile l’uomo, non la sua onnipotenza.

Forza e Fragilità, non sono escludenti sono invece il connubio più efficace che rende l’uomo libero di vivere in armonia con se stesso.

Forza e Fragilità sono la faccia della stessa medaglia e ciò dovrebbe essere riconosciuto come aspetti comuni e naturali dell’uomo.

È molto faticoso essere ciò che non si è.

Iole Pitarra

Psicologa