Quando il carcere punisce anche chi rimane fuori

Claudio Bottan, che vedete nella foto con la compagna Simona, in udienza privata da papa Francesco. è stato uno dei primissimi collaboratori di questo blog. Per un periodo non lo avevo sentito, fino a quando, un giorno mi arriva la mail di Simona, che mi dice che è stato condotto in carcere per scontare una pena, nel frattempo diventata definitiva, per un reato risalente a tredici anni fa. Riusciamo allora a sentirci via mail (le comunicazioni ovviamente sono mediate dalla casa di reclusione) e lì mi esprime la volontà di continuare a scrivere per il blog. Oggi mi è arrivato il suo primo contributo dove racconta la sua storia: Simona è costretta su una sedia a rotelle per la sclerosi multipla e Claudio è il suo caregiver. (antonio murzio)

DEI DELITTI E DELLE PENE

«Mi state strappando le braccia e le gambe, ma non solo. Lui è il mio “tutto”». Sono le uniche parole che è riuscita a gridare Simona. Era da poco passata mezzanotte e mi stavano prelevando per portarmi in carcere per la bancarotta di una società fallita nel 2008, tredici anni prima. Da allora non ho avuto nemmeno una multa per divieto di sosta, anzi.

Avevo già scontato cinque anni di pena per gli stessi reati e, dopo essere uscito di carcere nel 2016, ho girato l’Italia in lungo e in largo per portare la mia testimonianza di ex detenuto in scuole e università nell’ambito di progetti su carcere e legalità. Nel frattempo ho scritto un libro per sensibilizzare su temi difficili da affrontare quali giustizia ed esecuzione della pena, ho avuto l’opportunità di collaborare come giornalista con varie testate nazionali occupandomi di tematiche sociali, ed è stato proprio in occasione di un’intervista che ho sentito per la prima volta Simona.

Claudio Bottan e Simona Anedda

Avevo letto in rete di una ragazza romana che, nonostante la sclerosi multipla, voleva arrivare sull’Himalaya in carrozzina per dimostrare che nulla è impossibile. L’ho incontrata al “San Raffaele” di Milano dove si recava per i ricoveri periodici di controllo e riabilitazione, già allora non muoveva più il braccio e la gamba sinistra e aveva difficoltà di respirazione ma trasudava coraggio e simpatia. Poi è partita, cinque mesi in viaggio tra India, Nepal e Indonesia, con la sedia a rotelle naturalmente.

E’ arrivata dove voleva, ai piedi dell’Himalaya, ma anche in barca sul Gange e tra gli slum di Bangalore. Durante quel periodo ci siamo sentiti ogni giorno e Simona mi raccontava deo suoi tragitti, degli incontri che faceva, e mi inviava le immagini che poi sono diventati i contenuti del blog www.inviaggioconsimona.org. Intanto la malattia progrediva inesorabilmente, quasi quanto la forza del sentimento che ci lega.

Sono diventato il caregiver di Simona, una scelta naturale dettata dal desiderio di “viverla” per tutto il tempo che rimane. Una storia di vita, la nostra, che pochi mesi fa Papa Francesco ha voluto conoscere durante una emozionante incontro privato, ma evidentemente ho ancora bisogno di essere rieducato.

Claudio con Simona

Ora Simona ha tre persone che si alternano giorno e notte al suo fianco per lavarla, imboccarla, pettinarla o semplicemente per avvicinarle il telefono all’orecchio. A volte ci sono io all’altro capo del telefono, quando mi è consentito chiamarla dal carcere dove trascorro le giornate in attesa del momento in cui potrò sentire la sua voce. Però ho imparato a fare il caffé con la cremina “come in carcere o’o sanno fa’”, so anche fare la colla partendo dai rigatoni e pulisco la cella in modo impeccabile.

Ma nutro dei dubbi sul fatto che sia questo il senso della pena a cui si riferiva Cesare Beccaria. A essere puniti siamo in due persone di cui una, Simona, è sicuramente innocente al di là di ogni ragionevole dubbio. La sua unica colpa è quella di non riuscire più a muovere nemmeno un dito, ma questo – almeno per il momento – non è un reato.

Claudio Bottan

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