Saman, non aggiungiamo anche il peso del silenzio

Parlare di Saman Abbas fa male. Ma Saman è stata ammazzata e giace sotto il peso di qualche masso, di polvere, di fango. Aggiungere il peso del silenzio sarebbe troppo per lei. E per tutte quelle donne a cui il silenzio ha fatto da propria tomba.

C’era una volta Saman, veniva da una terra lontana lontana, culla dell’antica civiltà. Una terra che profuma di spezie e dove il deserto e le montagne si incontrano.

Saman viveva in Italia e qui aveva incontrato un ragazzo di nome Saqib, pakistano come lei, che viveva in Italia, come lei.

Ma Saman doveva tornare nella sua terra lontana lontana. E nel suo bagaglio non c’era spazio per l’amore. Nemmeno una tasca di spazio per un po’ di libertà, per proteggere la propria dignità.

La valigia di Saman era stata già riempita dalla sua famiglia con una improrogabile promessa di matrimonio.

Saman, non aggiungiamo anche il peso del silenzio

Saman era destinata ad un suo cugino che lei però non amava, che non poteva amare. Non fosse altro perché non lo aveva mai visto prima.

Saman è stata uccisa dalla sua famiglia. Nemmeno sul dolce seno materno Saman ha potuto versare le proprie lacrime e avere un po’ di comprensione, di conforto. Ecco che trovare un senso a questa vicenda appare allora davvero difficile, molto più difficile di quanto non sarà ritrovare il corpo di questa donna pakistana, come sostengono gli inquirenti che intanto la stanno cercando in lungo e in largo.

La storia di Saman Abbas però non è un unicum. Quella dei matrimoni combinati è d’altro canto una prassi che per secoli si è affermata anche nella nostra tradizione.

Le nozze coatte si sono spesso ambientate tra corti e palazzi reali tra le cui ampie stanze si sono aggirate tante principesse infelici, concesse per motivi di potere e preservazione del sangue blu. Ma non solo. Il matrimonio combinato è stato spesso adoperato come mezzo di ascesa sociale, dal basso verso l’alto.

Dai paeselli alle città. In base alla dote, ai fondi, all’essere di buona famiglia, alla convenienza o all’opportunità di un affare. Si tratta quindi di un fenomeno che non può risultarci estraneo e che non è neppure per noi un ricordo lontanissimo nel tempo. Ammesso che possa dirsi del tutto scomparso nel nostro evolutissimo occidente.

Per Saman è inappropriato parlare di fenomeno religioso

Per questo, sarebbe inappropriato parlare di un fenomeno religioso, che ritrova la propria ratio nel culto islamico o nei precetti coranici. Sarebbe inappropriato perché limiterebbe la portata di un uso e costume che, come detto, seppur in tempi e modalità differenti, sono (stati) propri di una pletora di popoli e culture, da est a ovest, da nord a sud.

Non è facile mappare i casi dei matrimoni forzati in assenza di appropriate indagini statistiche, ma non possiamo negarne l’esistenza e la resistenza nei secoli dei secoli. Non è pertanto la fede a costituire un problema né è questione di geografia. È un tema universale e che attiene i valori assoluti della libertà e della dignità personale, consacrati quali diritti fondamentali da carte, trattati e costituzioni firmati dai Paesi di tutto il mondo. Ma che evidentemente nell’Anno Domini 2021 non sono sufficienti.

Costrizione e induzione al matrimonio nel codice penale italiano

Deve ammettersi che in Italia il legislatore è stato sul punto particolarmente attento, introducendo nel 2019 una nuova fattispecie di reato punita dall’art. 558 bis del Codice Penale dove, invero, si prevedono due distinti crimini: la costrizione al matrimonio e l’induzione allo stesso.

Nello specifico la norma statuisce che “chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La stessa pena si applica a chiunque, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile. La pena è aumentata se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni diciotto. La pena è da due a sette anni di reclusione se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni quattordici. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia ovvero in danno di un cittadino italiano o straniero residente in Italia”.

Tutti i familiari di Saman scomparsi

Ma oltre a Saman, anche tutti i suoi familiari sono scomparsi, volatilizzati tra le catene montuose e i deserti del Pakistan dove, già a gennaio, come qualche giorno ha raccontato Saqib, il padre della giovane aveva minacciato la famiglia del fidanzato della figlia, perché questi interrompessero la loro relazione.

Un avviso chiaro e preciso, un’irruzione tra le mura in cui vivono i genitori di Saqib per far intendere a questi che lui sapeva dove dimoravano i suoi affetti più cari. E che se voleva salvarli la pelle, aveva solo un modo: lasciar perdere Saman.

Dalle testimonianze del fratello di Saman e di Saqib emerge un dato inequivocabile: l’omicidio di Saman – perché vorrei parlare soltanto della sua scomparsa, ma gli indizi appaiono sin troppo precisi e concordanti tra di loro – era stato premeditato. Ed era stato inteso come unica soluzione possibile per mettere a tacere tutta l’intraprendenza di una figlia così ribelle che disonorava la propria famiglia e la parola da loro data a quel cugino a cui sarebbe dovuta andare in moglie.

Non si trovano i famigliari, non si trova il corpo di Saman, non si trovano nemmeno le parole per commentare un episodio così doloroso e inspiegabile.

L’immagine della madre della giovane che consegna la figlia tra le mani del proprio assassino toglie il sonno e rinnega ogni più ferma convinzione circa l’idea di quell’amore incondizionato che solo chi ti ha messo al mondo può donarti. Non si comprende fino in fondo nemmeno la ragione per la quale, rispetto a tanti altri casi, di Saman si sia parlato e scritto poco.

E’ lontana da noi la storia di Saman?

Non ci sentiamo responsabili? È lontana da noi questa storia, la storia di questa giovane con i capelli coperti da un’hijab e le labbra coperte dal rossetto rosso? Non appartiene forse alla nostra cultura, alla nostra comunità?

La verità è che parlare di Saman Abbas fa male. Siamo chiamati a fare i conti con una certezza: non siamo stati in grado di proteggere Saman. Noi così perfetti, così evoluti, così emancipati.

Non abbiamo protetto Saman e non riusciamo a proteggere ancora tante donne (e non solo) vittime di violenza.

Eppure il reato di induzione e costrizione al matrimonio c’è, e c’è anche il famoso codice rosso che dovrebbe tutelare in tempi rapidi, anzi rapidissimi, le vittime dei reati di genere e di violenza domestica. Non si può dire che le leggi non ci siano.

E allora cosa manca? Non c’è adeguata sensibilizzazione? Non c’è adeguata informazione? Quanto siamo realmente capaci di integrare il “diverso”?

Quanto sono dure a morire certe convinzioni, ad oriente come in occidente?

Porci la domanda toglierebbe qualche granello di polvere tra i tanti che coprono, chissà dove, ancora oggi dopo più di due mesi, il corpo di Saman Abbas.

Rispondere a queste domande renderebbe un minimo di giustizia ad una morte che no, non possiamo proprio accettare. Anno domini 2021, Novellara, Reggio Emilia, Italia.

Irene Galatola

Della stessa autrice:

Il catacalling e gli uomini così piccoli