Fermate il mondo… voglio salirci!

Il prodotto finito, patinato e vendibile come un film di Giancarlo Cobelli o come una strip di Quino è già tutto nella denominazione “Fermate il mondo, voglio scendere!”.

Anche i non lettori di Repubblica e i cinedetrattori sanno che dalla lapidaria Mafalda con i pensieri e i capelli ribelli tanto cari anche ad Umberto Eco, e dai dialoghi di Paola Pitagora (protagonista sensata insieme al contraddittorio Lando Buzzanca nella pellicola di Cobelli) uscivano frasi e atteggiamenti anticonformisti in forte contrasto con il consumismo che negli anni Settanta stava scaldando i motori e gli animi dei baby boomer.
I conformi ai canoni delle leggi del progresso erano al bando; tant’è che per trovare un conformista dichiarato abbiamo dovuto aspettare che Giorgio Gaber lo descrivesse in un brano del 1996.

Fermate il mondo… voglio salirci!

In pieno anticonformismo post sessantottino che guardava ad un futuro scaglionato in ventenni (prima gli Ottanta, poi gli anni Duemila, quindi l’avveniristico 2030-2050) ci siamo affannati nel munirci di tessere di riconoscimento fiscale, sindacale e consumistico e carte rigide che ci raccontano la nostra esistenza. E come ce la raccontano?
Semplice, con dei dati. Cioè quei numerini che inconsapevolmente scioriniamo ad ogni respiro.
Dati questi dati, la scienza li ha considerati talmente importanti che li ha inquadrati in una facoltà universitaria oggetto di studio e approfondimento continuo:
Data Science, scienza dei dati appunto. 

Il dato è tratto

Che poi sarebbe l’anticamera della telemedicina, telesicurezza, fintech (finanza tecnologica) eccetera fino alla ormai nota Intelligenza Artificiale che ci autorizza a pensare al teletrasporto.
Già il teletrasporto: avete notato che fino a due anni fa si sfoggiava un suv di ingombro cattivo e d’attacco mentre oggi si ostenta una nuova app sullo smartphone? Siamo sulla buona strada.
Tipo quella in foto in cui sembra che l’uomo moderno abbia parcheggiato non solo l’automobile, ma si sia disfatto anche del più economico dei mezzi di locomozione.

Sulla buona strada (digitale)

Insomma, siamo sulla buona strada digitale. Quella che partorirà  nuove generazioni di umani non più indebitati già dalla nascita di un sacchetto di monete d’oro, ma ricca dei propri dati (anagrafici, sanitari, fiscali ecc.).
Che poi la magia democratica di questi dati sta nel fatto che vengono prodotti da tutti  indistintamente; in più un comune mortale ne può identificare uno che sembra semplice ed unicellulare ma che invece in pochissimo tempo si riproduce in milioni di altri dati, altro che virus. A proposito, la rivoluzione è stata completata dal Covid (si potrebbe chiamare la rivoluzione del novembre 2019) che ci ha costretto a lavorare sulle nozioni che abbiamo assunto quando potevamo circolare liberamente e poi ci siamo accorti che ciò produce una proliferazione di dati e di lavoro informatico che ne abbiamo per diversi ventenni.. (!) 


Io voglio salirci su questo mondo

Allora io che appartengo alla classe di gente che ha visto la lampadina elettrica sostituire il lume ad olio, e il microprocessore sostituire gli uffici e gli archivi polverosi; e sono preoccupato  più dello sciopero dei riders e della sindacalizzazione dei lavoratori di Amazon che non dello sciopero dei mezzi pubblici o dei benzinai, voglio salirci su questo mondo che sembra fermo e incantato dietro il vetro sottile di una fiala di vaccino.

Sì, voglio rimanere conformato (anche nella mia drop) e continuare a credere in questa transizione digitale che vale quasi quanto quella ecologica; in un progresso che è più veloce e promettente  di un nuovo ventennio e che fino a qualche anno fa sembrava un’utopia.
Cos’è questa utopia? Me la son fatta spiegare bene da uno che ne sapeva; lo scrittore e saggista uruguaiano Eduardo Galeano:


L’utopia è là nell’orizzonte. Mi avvicino di due passi e lei si distanzia di due passi.
        Cammino 10 passi e l’orizzonte corre 10 passi.
        Per tanto che cammino non la raggiungerò mai.
        A che serve l’utopia? Serve per questo:
        Perchè io non smetta mai di camminare”.

Tommaso Lillo